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Per fare un buon editing

by Germano on 22/05/2018

Negli ultimi giorni mi capita spesso di ripensare a Blu Profondo.
In particolare al cuoco. La figura interpretata da LL Cool J. Per dirla alla Pulp Fiction, quel cuoco è un fottuto uomo pieno di buon senso.
Da un lato ci spiega la relatività parlando di ustioni e delle cosce di una bella donna, dall’altro snocciola lezioni di vita: “Cosa lascerò di me ai miei figli?”.

Eh, è una delle DOMANDE.
Specie oggi, giorni in cui ci si sente soli, malgrado l’iperconnessione globale.
Per mestiere faccio l’editor.
Sono anche autore, è vero, ma prima che Hollywood si accorga dei miei scritti potrei morire di fame, quindi faccio editing per comprarmi il pane.

Tra un po’, di editing dovrei parlarne in maniera più classica su un sito amico che ha deciso di ospitarmi, ma l’argomento, da quando mi sono messo a fare editing seriamente ogni tanto ritorna, per cui ho deciso che sarebbe stato carino lasciare, esattamente come il cuoco di Blu Profondo, e in modo più informale rispetto a come possa fare altrove, la mia ricetta dell’omelette, o dell’editing.

Il mio amico Davide, in queste ultime settimane, sta compiendo imprese scrittorie, in diretta internet: si fa dare un’idea in pubblico, su quell’idea ci imbastisce una storia, butta giù la storia in una manciata di ore: pulp speed applicata allo stato puro.

Ma l’editing?
Fa parte del mestiere dello scrivere. Alcuni dicono sia la parte fondamentale, altri sostengono che sia un surplus. Io, come detto, mi limito a mangiarci.
Ci sono diversi tipi di editing e altrettanta gente che va fuori di testa se non li si distingue, pur ammettendo che: tutti i tipi e pure la correzione di bozze sono sovrapponibili.
Quindi, inutile blaterare su oscure catalogazioni.

Dopo tanti anni, mi permetto di dire la mia, proprio in quanto mercenario dell’editing. Sto nei bassifondi, ogni pasto è un banchetto, ogni racconto corretto un capolavoro, ogni giornata di lavoro una giornata al Grand Hotel, nella quale non solo fai le pulizie del testo, ma cucini e rassetti anche.

Sarebbe interessante vedere un editor all’opera? Tanto quanto uno scrittore che genera mondi?
Chissà.

La mia giornata tipo è:

– accendere il computer
– controllare la posta
– avviare Libre Office
– aprire il file da editare
– leggere
– intervenire sul testo dove occorre
– alzarmi per schiarirmi la mente

con gli ultimi tre punti da ripetere fin quando si raggiunge la quantità di lavoro accettabile giornaliera. E dopo c’è da farsi da mangiare, star dietro al gatto e a tutto il resto.

Tempo addietro, in una delle rare volte in cui mi sono lasciato trascinare in una discussione su facebook riguardo l’editing, un tipo mi disse: “Bene, tu mi dimostri che stai a lavorare, che so, sette-otto ore al giorno su un testo, tanto da giustificare i soldi che mi chiedi, e io ti pago”.

Ecco, già partiamo male: intorno all’editing c’è molta confusione, molta ignoranza, molta fantasia. Chi fa editing rischia seriamente di diventare un precisino del cazzo, degno solo si essere gettato dalla rupe Tarpea, e non dissimile dai freak – cinefili dell’internet – buoni solo a farsi pagare la bolletta della luce, essenziale per poter scrivere puttanate in rete e atteggiarsi a fenomeni.

Dunque, ho cazzeggiato fin troppo. E quindi, proprio come la metterebbe il cuoco, per fare un buon editing occorre:

– non credersi dei doni del cielo: non siete così bravi, ci sapete fare con le parole, e queste parole, forse, vi danno da mangiare. Non state salvando il mondo, correggendo testi, né siete depositari della cultura in un mondo barbaro, altrimenti sareste stati benedettini in un monastero nell’alto medioevo, circondati da selvaggi. Quindi finitela.

– saper staccare: in risposta a quello che mi voleva otto ore al giorno col culo sulla sedia… ecco, quello è un buon modo per fare un pessimo editing. Perché l’editing è sì applicare le conoscenze grammaticali, ma è, oserei dire per il sessanta percento, improvvisazione e intuizione. Ovvero, non c’è una regola d’oro per fare l’editing o per diventare un ottimo editor. O ci sapete fare, e spiccate, oppure vi limitate a correggere le bozze, senza virtuosismi di sorta. Ne consegue che incaponirsi su un testo quasi fosse la compilazione del 730 non fa bene, a voi e al testo. Meglio staccare, prendersi tutte le pause necessarie e riflettere. Si fa editing anche stando ben lontani dal testo, ma continuando a rifletterci. Ecco, perché, tra l’altro, si viene pagati a cartella, non a ore.

– metter via l’iper-penna rossa: qualche tempo fa lessi un altro articolo, un’intervista a un collega, che sosteneva che l’editor debba essere onnisciente, deve sapere se a New York, il 18 gennaio del 1921 è nevicato, e nel caso in cui nel testo che sta correggendo ci sia scritto che quel giorno c’era il sole, correggere.
Sì, beh, ecco… io metterei da parte queste sparate da delirio di onnipotenza. Il punto è se la neve serva davvero, o se serva il sole, a quel testo.
Se serve il secondo, me ne fotto che a New York quel giorno stava nevicando, e lascio splendere il sole.

– mettere un punto: l’editing è un processo virtualmente infinito, che in teoria tende al perfezionamento del testo. Perfezione che non arriverà mai.
Perché siamo esseri umani, che ci piaccia o no. I refusi sopravviveranno sempre, per quanto possiate leggere e rileggere. Non c’è modo di eliminarli tutti. Ecco perché esistono le edizioni rivedute e corrette. E non solo, sempre tornando al punto precedente, spesso, un intervento eccezionale che avrebbe potuto giovare davvero a un testo cui avete lavorato vi verrà in mente settimane, mesi dopo aver consegnato il suddetto lavoro. “Se solo ci aveste pensato prima!”. Esattamente.
Perché, come detto, giova staccarsi dal testo, ripensarci a mente fredda.
Solo che, a un certo punto, ci sono le scadenze. Quindi il testo deve essere consegnato, al meglio delle vostre possibilità, essendo assolutamente certi che sarà, in ogni caso, perfettibile. Sempre.

– essere consapevoli di essere soli: è un lavoro affatto affascinante, vedere un tizio che legge e rilegge alcuni passaggi, spesso a voce alta, riflette sulla scelta di singoli vocaboli, interrompe per verificare informazioni, come la storia della neve a New York; e, visto da fuori, non sembra nemmeno un lavoro. Per non parlare dei colleghi, che stanno lì a fare la ruota per mostrarsi infinitamente più bravi di voi. E fregarvi i clienti.
Però è un lavoro. E serve. E le macchine, grazie al cielo, non lo sanno ancora fare meglio. Quindi, finché dura…

Ed è un mestiere che servirà fino a quando ci sarà gente che le virgole non capisce neanche a cosa servano. Quindi sì, gli editor sono un po’ degli eroi. Come Don Chisciotte.
C’è chi viene al mondo così: magari non è brillante, non è social, non è un figo, ma dipinge le fiamme sopra un testo. Come una moto personalizzata (se siete tra quelli che dice “customizzata” vi ammazzo).

Ci sono, in fondo, mestieri peggiori.

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