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Non stiamo a raccontarcela

by Germano on 07/03/2017

La settimana passata eravamo in questo ristorantino sulle colline toscane, gestito da persone gioviali, che avevano voglia di raccontare.

La narrazione, come ricorda il mio amico Andrea Wierer in questo video, è esigenza insopprimibile della specie umana.
Chi possiede e gestisce un ristorante ne ha viste di ogni, in oltre un cinquantennio di attività. Storie portate dai clienti di passaggio.
Il barista o il locandiere è il cliché del custode di storie, leggende, segreti locali, è la miniera d’oro d’informazioni utili per gli avventurieri.

L’attuale proprietario di questo ristorante in particolare ha visto gli albori della comunicazione negli occhi del nonno che, alle prese con la sua prima telefonata da Firenze, pensava più a uno scherzo, e cercava l’amico nascosto sotto uno dei tavoli, piuttosto che accettare l’idea che quella voce provenisse da venti o trenta chilometri più in là.

Ma attenzione, non si parla di menti retrograde e refrattarie al progresso, anzi. Quest’uomo che cercava l’amico sotto il tavolo aveva paura di morire, perché, stregato dalle innovazioni, aveva paura di perdersi il progresso.

Aveva paura di non ascoltare più nuove storie.

Chissà cosa avrebbe pensato dei social network, oggi. Dove è possibile entrare in contatto con gente altrimenti irraggiungibile: attori, cantanti, politici, e illudersi di far pesare la propria opinione, di ferire coi propri attacchi, di palesare la propria esistenza.

I social network hanno cambiato la nostra percezione e, come sempre quando si è in presenza di un cambiamento coevo, lo si capisce anni dopo, quando iniziano a comparire i primi studi statistici e psicologici a riguardo.
Se all’inizio del cambiamento si oscilla tra il “come si stava bene prima” e il negare la giusta importanza ai nuovi strumenti di comunicazione di massa, qualche anno dopo non è più possibile minimizzare, la nostra realtà è mutata e non c’è più alcuna differenza tra reale e virtuale.

La mancanza di un corpo fisico non è più una scusante. Cioè che succede in rete è reale, con tutte le conseguenze del caso.
Sempre più spesso, anzi, la realtà è condizionata da eventi immateriali, dibattiti, discussioni, che avvengono solo ed esclusivamente sugli schermi. Dalla narrazione di essi.

Teoria della narrazione (che, tra parentesi, fa eco col sottotitolo originario di questo blog, “archetipi dei modi di raccontare”). La narrazione è il modo in cui ci piace trasmettere il sapere o, più attualmente, le nostre vite.
Chi non ha storie da raccontare racconta se stesso, negli ultimi tempi, travasando la propria vita online, con tutte le conseguenze che ne derivano.
Lo scopo, forse, è ricevere attenzioni.
Attenzioni che, in un’era pre-digitale, quando ancora si cercavano gli amici nascosti sotto i tavoli, non eravamo destinati a ricevere, per mera limitatezza fisica.

I social network sono diventati diari virtuali, album dei ricordi. Di vite magnifiche.

È una cosa bella, eh. Io sono favorevole al progresso. Non trascorrerei altrimenti tutto questo tempo online, coltivandone i mezzi.

Però attenzione, nel momento stesso in cui si accetta il concetto di narrazione, si accetta anche la realtà: che la narrazione è un processo artificiale atto a manipolare il pubblico.
È applicazione di regole tacite destinate a rendere l’oggetto della narrazione stessa stimolante, accattivante, agglomerante: la storia.
Nell’ordine di catturare la nostra nicchia di pubblico per “vendere” loro qualcosa.

Nella maggioranza dei casi non c’è profitto, nella narrazione online della propriia esistenza. O meglio, non c’è profitto quantificabile in valuta corrente. C’è onanismo, forse, o tutto ciò che, oggi, ci reca benessere, come l’idea di essere popolari e socialmente accettati, che la nostra vita narrata online piaccia, sia di successo e destinataria di benevolenza.
A volte basta questo.

Così come basta essere ignorati, oggi, non ricevere “Mi Piace”, per sprofondare nella depressione della narrazione fallita.
Un vero e proprio “blocco dello scrittore”, che coincide con un blocco di vita.

Ma non è vita vera, non nella maggioranza dei casi. È, per l’appunto, narrazione destinata a un pubblico.

Ed è questa la differenza sottile, tra narrazione e vita reale, ciò di cui si occupano i più recenti studi sociologici e psicologici, dall’altra parte dell’Oceano Atlantico.

Dr. Elizabeth Miller, co-author of the American Journal of Preventive Medicine study and professor of pediatrics at the University of Pittsburgh School of Medicine, says that young people both find solace and angst in social media. (fonte: mashable)

Riuscire a palesare la realtà dei fatti: che le persone felici e popolari sui social network, che non mancano mai di raccontarci, attraverso scatti perfetti delle loro vite perfette, non fanno altro che impiegare le regole tacite della narrazione che rendono accattivante una sequenza di eventi casuali altrimenti piattissima.

Spesso, anzi, tagliando via la negatività dalle loro esistenze. Di fatto, editandole, nella stessa maniera con la quale scartiamo le foto ridicole e pubblichiamo quelle bellissime.
Perché siamo arrivati al punto che il fallimento online, il biasimo, la vergogna per un un post sbagliato riescono a condizionare la nostra esistenza.
Perché, dal momento che è impossibile rinunciare a internet, è impossibile dimenticare, per la stessa natura di internet, i nostri insuccessi, che saranno riprodotti e moltiplicati, presi in giro coi meme, saranno in definitiva più efficaci che se incisi su pietra.

Con buona pace del profumo della carta.

Hai voglia, quindi, a cercare il tuo amico, o la verità sotto al tavolo. Siamo, per lo più, narrazione delle nostre stesse esistenze.
Aggiornate di continuo, come si conviene.
E, come ogni opera di narrazione, esiste la buona storia e la pessima storia.

Non stiamo a raccontarcela.

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