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I blog sono morti: forse, o forse no

by Germano on 14/02/2017

I blog sono morti da almeno quindici anni.
Da molto prima che aprissi questo posto, i #massimiesperti ne hanno decretato la morte, in favore dei (del) social network e, soprattutto, di YouTube.
Perché la gente non legge più, guarda le figure.
Sette anni dopo, posso dire che la gente non guarda più manco quelle, si limita a leggere i titoli, anche dei video. È così. Gli studenti italiani fanno fatica a esprimersi nella loro lingua madre.
Sa di apocalisse annunciata.

E tuttavia…

Questo posto, pur avendo conosciuto alti e bassi, soprattutto bassi, nell’anno 2016, continua ad avere il suo pubblico.
Per cui, delle due l’una:

– o sono collegato a Matrix e sono una batteria che alimenta i robot, e Book and Negative è parte del programma-illusione per tenermi zitto e quieto
– oppure, come sempre succede, a parlare sono i catastrofisti e chi si limita a leggere solo i titoli. I lettori veri, che leggono tutto il resto, ci sono, ma sono silenti.

Amo pensare che quella vera sia la seconda ipotesi.

***

Ma andiamo anche oltre, e soffermiamoci, per un momento, sul fenomeno blog.
Partiti come diari personali, sono diventati, oggi, veri e propri avamposti per coloro che tengono alla propria identità online, al proprio marchio, alla propria gamma espressiva, che non vogliono essere inquadrati in una finestrella bianca e blu, o censurati se postano la foto di un capezzolo.

I blog sono, forse, la risposta dal passato alla dispersione caotica dell’età moderna, che ha causato quella distrazione generalizzata, causata da un eccesso di stimoli e di fonti di informazione, che tanto stigmatizziamo oggi.

Il blog è ancora un posto fortemente identitario, legato al suo possessore, che racchiude in sé, in modo insuperabile, la personalità e l’opera del suo autore.

Io per primo, se voglio ottenere più  informazioni su un determinato autore, cerco il suo blog, non la sua pagina social.

***

E così, per l’ottavo anno consecutivo, sono qui a portare avanti la tradizione, o meglio, l’avamposto contro lo strapotere del social network. Conduco un blog, convinto che i lettori ci siano, e che il blog non sia morto come strumento. O sorpassato, o obsoleto.
Certo, il passato è passato. Le discussioni e la viralità si sono trasferite altrove. Ma il blog, come canale personale e vetrina, è sempre lì, al suo posto.
Il fascino che era della carta stampata, al di là del tanfo, stava nelle lettere e nell’impaginazione, prima ancora che nel contenuto. Le riviste online, per quanto mi riguarda, sono ancora luoghi piacevolissimi da visitare, molto più dei video.

***

Il blog, soprattutto, è uno strumento utile, oggi più che mai, per il mestiere che faccio.

Otto anni e 1598 articoli. 1599, con questo. Li ho scritti quasi tutti io.
All’inizio ci scrivevo tutti i giorni.
Oggi sono arrivato, dopo mesi di pausa, a impormi di aggiornare almeno due volte alla settimana, a giorni fissi, salvo imprevisti che si traducono in articoli extra.

Mi sono accorto che il blog un aiuto me l’ha dato. Non ci avrei mai pensato, quando l’ho aperto, che mi sarebbe tornato utile per il mio lavoro, e non nel modo al quale probabilmente state pensando, ma l’ha fatto.

Aggiornare tutti i giorni vuol dire costringersi a scrivere.
Mi sono imposto, all’inizio, un minimo di 800 parole. Non so, questa quantità mi dava l’idea di corposità, di giustezza.
Il blog doveva essere sempre aggiornato.
E io, ogni giorno, avrei dovuto scrivere 800 parole.
Che avessi mal di testa, mal di schiena, che mi bruciassero gli occhi o mi facessero male le dita. Non importava. Doveva essere aggiornato.

Ciò mi ha consentito di:

– diventare veloce nella stesura
– di aumentare, di pari passo, velocità e qualità dello scritto
– di contrastare il blocco dello scrittore
– di evitare di cazzeggiare sulle imperfezioni

Il segreto è che bisogna lavorare molto in fretta. Ma la fretta, se si ha l’ambizione di mettere su una rivista digitale, non deve coincidere con la sciatteria. Quindi bisogna fare attenzione agli errori e scrivere cose buone nella metà del tempo, posto che si voglia anche avere una parvenza di vita sociale.
Attenzione, cose buone, non perfette.

Sì, è un compromesso.

***

A distanza di anni, il tempo di stesura, rilettura e impaginazione di un articolo di 800 parole è passato dalle due-tre ore degli inizi a 45 minuti-un’ora, scelta delle immagini comprese.
Digito molto più velocemente, rifletto di meno sulla composizione delle frasi, sono molto più sintetico.
Perché impiegare cinque parole quando se ne possono usare tre?

Un motto che mi accompagna sia quando scrivo sia quando lavoro come editor su testi altrui.

Perché una lezione ho imparato, e fondamentale: non esiste la perfezione nel testo scritto. È una pia illusione e la scusa di chi non è produttivo.
Velocità e scrittura non sono concetti antitetici. E la prima non inficia la qualità.
È solo questione di allenamento.

Proprio l’altro giorno ho riletto per puro caso la mia recensione di Unbreakable, risalente al 2010. Ora avrei scritto medesimi concetti con metà delle parole impiegate in quel pezzo. L’efficacia, per quanto mi riguarda, sarebbe stata identica. Anzi, maggiore.

Oggi aggiorno poco, e pubblico poco, abbiamo detto. Ma ciò non concerne la velocità dell’esecuzione, quanto il fatto che il lavoro mi sottrae tempo per scrivere altro. E le idee, quelle buone, arrivano col contagocce. Poco male, l’importante è non fermarsi.
Facendo un rapido calcolo, una storia di ventimila parole riesco a buttarla giù in una decina di giorni, forse meno.

Scrivere online, costringersi a scrivere, editare e pubblicare e affrontare subito il giudizio del pubblico, giorno dopo giorno, senza suicidarsi se lasciate dietro di voi qualche refuso, aumenterà la velocità e la qualità della vostra scrittura.

Questo è il blog, oggi. Un posto per chi ama scrivere. Un posto per lettori esigenti.
Niente male per uno strumento defunto.

*

(immagine del titolo: Martin Munkácsi)

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