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[Di incipit si muore]: Bad Monkeys di Matt Ruff

by Germano on 14/04/2021

“La stanza bianca

È la stanza che un drammaturgo poco ispirato potrebbe inventarsi davanti al vuoto della prima pagina. Pareti bianche. Soffitto bianco. Pavimento bianco. Non completamente priva di dettagli, ma quasi, abbastanza da sollevare il sospetto che i suoi scarsi elementi siano tutti decisivi nell’azione a venire.
Su una delle due sedie accostate a un tavolo bianco rettangolare è seduta una donna. Ha davanti a sé le mani, coi polsi ammanettati; indossa una tuta arancione da carcerata il cui colore sgargiante pare smorto nel candore generale. Appesa al muro sopra il tavolo c’è la fotografia di un politico sorridente. Di tanto in tanto la donna alza gli occhi e guarda la foto, oppure la porta, che è l’unica via d’uscita, ma per lo più si fissa le mani, e aspetta.
La porta si apre. Entra un uomo in camice bianco, introduce altri elementi scenici: un portadocumenti e un registratore a cassette portatile.
«Salve,» fa lui. «Jane Charlotte?»
«Presente,» fa lei.
«Sono il dottor Vale.» Chiude la porta e si avvicina al tavolo. «Sono qui per farti alcune domande, se non ci sono problemi.» Vedendola che scrolla le spalle, le chiede: «Lo sai dove ci troviamo?»
«Se non hanno spostato la stanza…» E poi: «Nel carcere della contea di Las Vegas. Nell’ala dei matti.»
«E lo sai perché sei qui?»
«Sono in carcere perché ho ucciso una persona che non dovevo uccidere.»”



Come anticipato nell’articolo introduttivo, Di incipit si muore manterrà il suo carattere a doppio binario: scritto e parlato.
Il podcast, poi, ancora in divenire, potrebbe avere d’ora in poi cadenza quindicinale. Ma anche questa è/sarebbe una sperimentazione.
In ogni caso, benvenuti.
Questa volta esaminiamo l’incipit di Bad Monkeys, di Matt Ruff. Ancora una volta, si tratta di una traduzione dall’inglese. Quindi abbiamo a che fare col lavoro di due autori, Matt Ruff e Francesco Pacifico, che ce la mette tutta per conservare nell’adattamento quel senso di immediatezza e parimenti confusione che caratterizza l’opera dell’autore americano.
È bene ribadire che l’analisi viene effettuata come se si fosse appena aperto il libro e si stessero leggendo le prime righe. Ovvero non tenendo conto dell’intera opera, ma considerando solo le impressioni ricavate da questo passo.



La stanza bianca

È la stanza che un drammaturgo poco ispirato potrebbe inventarsi davanti al vuoto della prima pagina. Pareti bianche. Soffitto bianco. Pavimento bianco. Non completamente priva di dettagli, ma quasi, abbastanza da sollevare il sospetto che i suoi scarsi elementi siano tutti decisivi nell’azione a venire.



– Interessante notare che l’incipit comprende la lettura del titolo come parte integrante del testo. Di solito non succede, il titolo comunica una suggestione, un dettaglio, ma qui è parte integrante del discorso, del punto di vista del lettore e del personaggio attraverso cui stiamo guardando.
Così che, proseguendo, quella «stanza che un drammaturgo poco ispirato» etc, non possiamo immaginarla diversamente.
– i suoi dettagli, che possiamo pensare siano quelli descritti successivamente, ovvero le sedie e il tavolo, oppure che essi ci vengano taciuti per fomentare l’immaginazione, sono dettagli letterari. Dei fucili di Checov invisibili. Se essi vengono mostrati, prima o poi spareranno. O forse no, dato che non sappiamo cosa siano e come riconoscerli, nel prosieguo della narrazione.
– possiamo ipotizzare, quindi, un meta testo. Una narrazione che non permette, non all’inizio, almeno, di di abbandonarsi alla volontaria sospensione dell’incredulità mettendo davanti al lettore un titolo, che viene letto anche dal pdv del narratore, e uno dei fondamenti della Teoria della Letteratura, il già citato fucile di Checov.



Su una delle due sedie accostate a un tavolo bianco rettangolare è seduta una donna. Ha davanti a sé le mani, coi polsi ammanettati; indossa una tuta arancione da carcerata il cui colore sgargiante pare smorto nel candore generale. Appesa al muro sopra il tavolo c’è la fotografia di un politico sorridente. Di tanto in tanto la donna alza gli occhi e guarda la foto, oppure la porta, che è l’unica via d’uscita, ma per lo più si fissa le mani, e aspetta.



– i primi dettagli, il tavolo, le sedie, il vestito della protagonista: una tuta da carcerato. Il bianco della stanza fa pensare a un reparto psichiatrico. La foto del politico a un istituto statale.
Il punto di vista stavolta è esterno, ma avaro di altri dettagli. Ignoriamo l’aspetto della donna, se sia bianca o nera, o orientale, siamo focalizzati sull’istituzionalità della situazione: prigione – prigioniera. La porta è l’unica via d’uscita, ma lei non pensa nemmeno lontanamente alla fuga, è quasi rilassata, tant’è che non scrolla i polsi ammanettati, ma si limita a fissarli. Non ha paura.



La porta si apre. Entra un uomo in camice bianco, introduce altri elementi scenici: un portadocumenti e un registratore a cassette portatile.
«Salve,» fa lui. «Jane Charlotte?»
«Presente,» fa lei.
«Sono il dottor Vale.» Chiude la porta e si avvicina al tavolo.



– arriva l’uomo delle istituzioni, così come ce lo si aspetta, con quell’aria studiata e cortese. Ha un camice, quindi la stanza bianca è un ospedale, o qualcosa del genere, dato che ospita gente in manette. Conosciamo da lui sia il nome della protagonista, Jane Charlotte, che il proprio, Vale. Importante la scelta di far conferire un’identità alla protagonista dallo Stato, e non dal suo stesso flusso di coscienza, ad esempio, ne rafforza l’oggettivazione identitaria: è una prigioniera statale.



«Sono qui per farti alcune domande, se non ci sono problemi.» Vedendola che scrolla le spalle, le chiede: «Lo sai dove ci troviamo?»
«Se non hanno spostato la stanza…» E poi: «Nel carcere della contea di Las Vegas. Nell’ala dei matti.»
«E lo sai perché sei qui?»
«Sono in carcere perché ho ucciso una persona che non dovevo uccidere.»”



– la struttura è un carcere, ed è un reparto psichiatrico, ma noi già lo sospettavamo.
– La chiusura, luminale, abbandona definitivamente il meta-libro, e ci fa entrare come un flash nella testa della protagonista. Si trova lì non perché abbia ucciso, ma perché ha ucciso qualcuno che non doveva uccidere. Una differenza sottile, suadente, che prelude a successive meraviglie.

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*se riuscirete a trovarlo, l’edizione italiana è irreperibile

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