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Runaway

by Germano on 16/04/2011
Book and Negative
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Cosa stia facendo in questi giorni è cosa nota. Inutile ribadirlo. Oltre che nota, però, è anche una cosa che fa riflettere, molto. Ci si pone domande, mentre si è lì, a casa, arrovellandosi le meningi perché ciò che si è creato, una storia, abbia un filo logico, un senso e sia, cosa più importante, un minimo originale.
Perché sì, lo so, alcuni di voi soprassiedono all’originalità. Sì… non è così importante, vi ho sentito dire.
Per me lo è. Ma ho scoperto che non è vitale come credevo. L’ho scoperto allontanandomi dal blog, come il fuggiasco del titolo, e standomene a riposo, con gli occhi chiusi, senza guardare un film.
Tra le epifanie di questi due giorni di tregua (che sono soltanto due, ma paiono un’eternità) ci sono alcuni fatti:

1) vengo detestato, ma copiato = piaccio (eh sì, che sono in licenza Creative Commons, basterebbe citarmi, ma la spocchia altrui è davvero incommensurabile, pari solo alla faccia tosta)

2) alcuni miei lettori considerano questo blog una discarica di recensioni. Se ci sono è bene, sennò io posso andare a fare in culo. E questo non è bello.

3) i cliché sedimentano nella memoria e creano stanze confortevoli

4) alcuni film a cui sono affezionato, sono interamente costruiti su situazioni ovvie e banali, ma io continuo ad adorarli

***

Ammetto che sono quattro punti strani; all’apparenza, non strettamente legati tra loro. Ehi, ma il pensiero è caotico, e spesso crea associazioni laddove non ce ne sono.
Non guardando film, ci si libera dell’ansia da prestazione. Sembra una cosa da scompisciarsi dalle risate, e in effetti lo è. Ma vi invito a considerare che, in questo spazietto verde, Book and Negative, quest’argomento è vitale. Per cui sì, fa ridere, ma è anche una roba estremamente seria.
Niente ansia da prestazione, quindi, del tipo: “Di che film parlerò domani?”. Ci si può sedere e ripensare al cinema. A Runaway, anno 1984, di Michael Crichton, che s’era fissato con la robotica, ma chissà perché, è sempre stato più incisivo coi suoi romanzi che non al cinema. Uno non può far bene entrambe le cose. Pare essere una legge.
Protagonista del film, Tom Selleck, che qui si limita a fare Magnum P.I. in versione cyberpunk, senza guizzi particolari e mantenendo intatta persino l’espressione del viso. Ci si aspetta di vederlo salire in Ferrari e di veder spuntare i dobermann di Higgins da qualche parte, a ringhiargli contro.
Kirstie Alley, altra icona anni ’80, Gene Simmons, privo della maschera dei Kiss, ma lingua lunga due metri e rotti, e Cynthia Rhodes, una delle tante meteore del decennio aureo.

***

In più, ci sono i robot. Un misto di metallo, legno e alluminio. C’è il cattivo (Luther) che medita vendetta, tremenda vendetta, e il poliziotto tormentato dal passato (Ramsay), problematico, ma che è il migliore in quello che fa; un abbozzo di romance, più una simpatia reciproca, che non sfocia mai in passione e c’è il confronto finale.
Come dicevo all’inizio, nulla di più stereotipato. E di trame come queste, negli anni ’80, tra un guizzo e una genialata registica che faceva la differenza, ce ne hanno regalate a iosa.
Eppure, non so come, funzionavano e funzionano. Io vado pazzo per questi film. Anche per Runaway. La sequenza del robot assassino nella villetta, ad esempio, con Ramsey che penetra nell’appartamento buio per salvare il bambino rimasto nella culla, è antologica, così come le inquadrature del robot, che non è altro che una scatoletta con un braccio metallico, però impugna un coltellaccio e poi una pistola. E vi assicuro che vedere l’ombra dello stesso che si allunga e passa silenziosa e spietata nei corridoi, tra i cadaveri della gente che ha ammazzato… be’, fa ancora un certo effetto.
La stessa cosa non si può dire dei ragni robotici, quelli che Luther utilizza per assassinare i suoi avversari (e anche i collaboratori). Poco più di macchinette semoventi che, a vederle, non ci si crede che siano così incoercibili e letali.

***

E allora il punto è che, forse, a parità di situazioni, di idee, è la veste che fa la differenza?
Ovvero, quand’è che il cliché diventa tale? Perché non è solo questione di sostanza, l’abbiamo visto. È, più che altro, questione di stile. Da regista/scrittore posso inscenare decine di scene di violenza. Centinaia, migliaia di autori hanno scritto altrettanto. La conclusione di tali scene è, spesso, il sangue.
Sono scene identiche. Ma, in qualche modo, sono sempre nuove. E sempre belle a vedersi. Oddio, non tutte, solo alcune. Però le cose sembrano funzionare così.
Altro dato importante è che, non so se per mera nostalgia, io sono prontissimo a perdonare eccessi di stereotipi al cinema anni ’80 e a distruggere gli stessi nel cinema attuale. Viste oggi, certe cose, proprio non le sopporto. Perché, in qualche modo, si riesce a mandare tutto in vacca.
Prendiamo Sucker Punch. Potenzialità infinite per una trama che avrebbe potuto spaccare il mondo. E invece, trattasi di mero esercizio estetico, spacciato dall’autore per messaggio sociale, ma che non diverte e, una volta finito, è già dimenticato.
E invece film come Runaway me li ricordo ancora dopo quasi trent’anni. Qualcosa vorrà dire, o no?
Non è solo nostalgia, dunque. E, a parità di situazioni, come sempre, è la personalità a fare la differenza. Correggetemi se sbaglio.
Per cui sì, potete anche copiare. Alla fine, chi la spunta è colui che non si arrende.

A presto.

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