L'Attico

Personal Jesus

L’idea

Ho trentacinque anni e una Laurea in Lettere, inutile come la disoccupazione che cagiona. E durante questo tempo, sulla scrittura ne ho sentite tante, persino troppe. Una delle più fantasiose è che la scrittura è dio. O che dietro di essa ci sia un dio, o un demone… perché c’è chi si crede un Paganini della parola scritta, che danza col diavolo mentre scrive. Da qui, e da una cover di Johnny Cash, nasce il titolo del post.
Il contenuto che andrò a esporre, più che altro pareri, invece, ha una genesi un tantino più complessa, e confusa.
Due articoli, letti ieri e stamattina, qui e qui. E un discorso/proposta che affrontammo, ormai mesi fa, col Doktor Mana, in un luogo segreto della blogosfera, un discorso sul metodo. Il metodo della scrittura.
Sì, a pensarci, siamo dei super-criminali a insistere in certe cose, ma tant’è… ci si illude di sapere quello che si sta facendo, quando si digitano parole in sequenza. Io per primo.
Ebbene, non sono d’accordo.
Con cosa? Con il principio da cui scaturisce il tutto: il discorso sul metodo della scrittura.
Sono d’accordo con la grammatica, insieme di consuetudini che vanno conosciute e rispettate, se non altro perché il lettore capisca il contenuto del messaggio. Su tutto il resto, se ne può discutere. Ma anche no.
La domanda è cui prodest? A chi giova tanto parlare?

***

Il Metodo

Prendiamo i ventidue punti elencati nell’articolo de La Clarina, ad opera di Emma Coats. Ora, davvero io, nell’accingermi a scrivere, devo tener presente VENTIDUE punti?
Cioè, quando ho finito di ripeterli a mente, la storia, lo spunto, la scintilla da cui scaturisce il tutto è bella che andata. E, esperienza personale, una volta spenta, l’acciarino non basta più a ravvivarla. Non è sufficiente neppure un’esplosione nucleare per resuscitarla. Diventa entropia. Che pure è una cosa che esiste, costituendo il nulla.
E, pur essendo concorde con alcuni punti elencati, soprattutto con il numero 7 e con l’11, anche se quest’ultimo lo vìolo sempre, dannato me, perdendo un sacco di tempo utile, proprio non accetto il 17. Il lavoro sprecato esiste eccome, ne siamo circondati. Io almeno lo sono. Spunti che restano tali, perché manca la volontà.
Alla fine, dopo la grammatica, è la volontà che conta. E quella latita, un po’ per autocompiacimento, indulgere nell’idea talmente tanto da evitare coscientemente di svilupparla. Un po’ perché sai che alla maggior parte della gente là fuori, che si suppone essere lettori potenziali, non frega nulla di ciò che scrivi.
Prendiamo ad esempio quest’articolo:

a) sono certo che al 40% dei lettori abituali del blog non importerà nulla di leggerlo, perché non tratta di cinema

b) il cambiamento non viene perdonato a nessuno. Io parlavo di cinema (ogni tanto ne parlo ancora), e che ora mi metta neppure sul pulpito, ma sul trespolo, a parlare di scrittura, è un cambiamento.

Ma non dimentichiamo il terzo punto, fondamentale,

c) sostanzialmente, me ne frego

Sto divagando, lo so. Ma l’ho detto all’inizio, questo è un post confuso. Sono persuaso, però, che il ruolo del lettore, sic stantibus rebus, debba essere ridimensionato. Perché ipotizzare cosa piaccia al lettore sa di indagine statistica e, a meno di non voler creare storie che nascano dai sondaggi, quel che piace all’autore non deve mai essere messo in secondo piano.

***

L’autore

Veniamo all’articolo di Aislinn. La difficoltà oggettiva di scrivere alcune scene. Ecco, credevo di averla anch’io. Credevo proprio di non riuscire ad affrontare certi argomenti, certe tinte forti, certo splatter, la violenza sugli animali, sugli esseri umani. Erano temi che sentivo distanti, anche perché nella vita reale aborro ogni tipo di violenza, ma… le ho scritte e, sorpresa, mi sono trovato a mio agio facendolo.
Seconda sorpresa, sono venute da sé, tenendo presente un unico principio, l’economia della storia. Meglio sarebbe definirla armonia, ma è una roba troppo romantica, per i miei gusti.  Economia, quindi. E questo principio si può riassumere, in parole povere, in questa massima: se fa bene alla storia, allora va bene.
Anche perché sono convinto di una cosa, ogni autore o aspirante tale dovrebbe essere giudice di se stesso, e sapere se ha scritto cagate prima che venga il lettore a dirglielo.
Limite mio, non concepisco quegli autori che non si rendono conto di ciò che hanno scritto. Lo trovo un concetto antitetico, un po’ come la storia dei personaggi che fanno tutto loro.
Scorciatoia, a mio avviso. L’autore fa e disfa, ha il controllo.
Se l’autore viene denunciato per i contenuti della sua opera, è lui che deve pagare i danni, mica il personaggio che “ha fatto tutto da solo”.

***

Il mio Metodo

Per cui, passiamo alla risposta che dovevo a Davide, circa il mio metodo di scrittura. Prendetelo così come viene, un vaneggiamento, ché non mi sento proprio di dispensare consigli di scrittura, perché non sono affatto persuaso della loro utilità.
Dunque, parto da una suggestione:

di solito, una canzone, una melodia che mi colpisce ed evoca immagini.

Queste immagini sono situazioni, scene.

Intorno a questa scena imbastisco una storia.

La scrivo avendo ben presente tre o più elementi, incipit, almeno un dettaglio del corpo centrale, excipit.

Durante la stesura, applico i cambiamenti che vengono sul momento e la cosiddetta decorazione, ovvero ci aggiungo ogni sorta di dettagli che mi vengono in mente, perché vedo ciò che scrivo, come fossi lì.

Arrivati al punto dopo l’ultima parola, so già se la storia funziona o no. Se funziona la faccio leggere ad altri, al massimo temendo che possa non essere capita.
Nel caso arrivi qualcun altro a dirmi che invece no, proprio non va, allora se ne può discutere. Ma finora non è successo. Forse, sono stato fortunato, o forse so quello che sto facendo. Chissà…
Di sicuro, mi diverto a scrivere. Banale, ma essenziale.

***

L’obiettivo

Mi piacerebbe, da scrittore, straziare i cuori con le mie storie, ovvero far nascere i lacrimoni in quelli che leggono. È un’ossessione, la mia, un’ambizione. E lo so, le lacrime sono soggettive e bla bla bla, il valore di un’opera si fonda non sulla quantità di lacrime che essa fa versare; un capolavoro, al contrario, può anche far ridere… ma secondo me, sono tutte storie. I lacrimoni piacciono eccome.
E, forse perché nella vita sono uno che non cede ai sentimenti, non riesco né mi piace produrli sulla carta. Se è vero che, almeno nei protagonisti delle nostre storie, c’è un pochino di noi stessi, gli autori, allora è anche vero che i miei protagonisti non si arrendono mai, non ai nemici, non al fato, accettano le disgrazie e l’apocalisse, la morte persino, quando ineluttabile, con rabbia, più che con stoicismo o disperazione.
Io posso avere il pieno controllo sulla storia, ma non sulla vita. Una legge che ho imparato a mie spese. Le cose cambiano, e quando precipitano, i piagnistei non aiutano. Mai.
Per cui, questo mio protendere verso la soluzione energica del conflitto, verso l’abbattimento di ogni ostacolo o la reciproca distruzione, mal si sposa con lo strazio romantico.
Lascerò che i lacrimoni siano la meta impossibile dei miei scritti. Se e quando li raggiungerò, in modo spontaneo, saprò di essere maturato come autore, secondo un processo che è personale, in ciascuno di noi, regolette a parte.
Forse, alla fine, Personal Jesus è un titolo più azzeccato di quanto io stesso sia disposto a credere…

(le immagini provengono dal mio tumblr)

Kick-ass writer, terrific editor, short-tempered human being. Please, DO hesitate to contact me by phone.
  • Perché si racconta una storia e non qualsiasi altra è interamente una scelta dell’autore. Chiunque altro o si adegua o si leva di torno. Quanto alla tecnica, una volta stabilita che na buona conoscenza della lingua è essenziale, per me il resto è noia.
    Che persona usare, quali POV, show-do-not-tell e altre cose vanno tutte bene e tutte male allo stesso modo, deve essere l’autore a scegliere il modo di esprimersi e cercare di usarlo al meglio delle sue possibilità. Essendo che sia scrittura che lettura sono esperienze soggettive e non oggettive, un risultato identico è praticamente impossibile. Non facendolo di mestiere, quindi al di fuori da condizionamenti di mercato, si può anche scegliere di sperimentare in ogni direzione.
    Per quello che ne capisco io, poco che sia, l’unica risposta sono i lettori.

    • Quoto, nel senso che se il lettore risponde positivamente alla storia, basta e avanza, Io sono felice.
      Il resto è scelta dell’autore o facente funzioni. Anche la scelta di documentarsi e il metodo che si sceglie è a discrezione dello stesso.
      Grazie dell’intervento! 😉

  • […] Visita il sito bookandnegative oppure iscriviti al feed Leggi l'articolo completo su AlterVista […]

    • 10 anni ago

    Prima di commentare ho letto anche i gli altri post. (e ho preso il gatto nero, troppo bello. E’ uguale al mio^^)
    Io non mi pongo mai il problema del timido, proibito o dell’imbarazzo perché invece “divento” un altro. Diventando un altro, cambio. (Sono anche abituata, forse, visti gli anni di Gdr 😛 )
    Però ho letto alcuni manuali perché avevo difficoltà a esprimere ciò che avevo in testa.
    Perché ho fatto ragioneria ? … chissà. Potrebbe anche essere. Nei temi ero “bravina”, ma scrivere storie è diverso. E l’ho capito col tempo, e un po’ di pratica.

    Ho letto anche le regoline, che sembrano i “detti” della nonna. Sono in pratica delle “frasettine” blande prese dai manuali. Ha detto: “Perché devi raccontare proprio QUESTA storia?” nella 14 che poi sarebbe il tema e la premessa dei manuali. Sembra quasi che dire “manuali” sia antipatico, dire consiglio invece vada meglio.
    Be’ anche nei manuali si dice che sono suggerimenti e consigli.

    Cmq, alla fine io sono simile a Hell come approccio alla scrittura. Nel senso che lo faccio perché mi piace, perché mi va.
    Non scrivo 250 racconti l’anno e busso a altrettanti editori … e non ho nel cassetto 78890xx romanzi pronti, e non scrivo 100 pagine al giorno ….
    Non so, mi sembra il fast-think della creatività © (mio ^___^) scherzo.

    Preferisco il poco, ma sentito. Sono per la trattoria famigliare, insomma 😉

    Trovo anche che scrivere sia molto intimo, forse alle volte fin troppo.
    Rido e piango anch’io. E non dormo anch’io, e amo e odio… rischio la schizofrenia 😀
    E’ bellissimo.

    • E c’è qualcuno che sa davvero rispondere alla domanda “Perché devi raccontare proprio QUESTA storia?”. Ammesso che la domanda abbia un senso.
      Ancora una volta, lasciamo da parte i manuali e prendiamo i decaloghi. Se tu o tanti altri vi sentite più sicuri ripetendo a mente il decalogo prima di mettervi a scrivere, allora va bene così.
      A me continua a sfuggirne senso e utilità. Ho imparato molto più dalla pratica e dalle correzioni fattemi da un’amica che da qualsiasi altra roba.
      Potete anche non credermi, ma le cose stanno così. E non vedo perché debba apparire ragionevole e ben disposto verso strumenti che non riesco proprio a utilizzare.
      Alle volte mi sembra che l’antipatia risieda altrove. Così come la pretesa di verità assoluta. 😀
      Comunque, Sam, non è un discorso diretto a te, mi raccomando. 😉
      Colgo solo l’occasione di ribadire cose che ho sempre detto.
      È che certe volte mi stufo di avere di fronte muri di gomma. ^^

      • Ah, permettimi di ribadire una cosa: con tutto questo discorso non voglio dire che io non ho bisogno di esercizio, studio e che sforni capolavori a destra e a manca. Quello che scrivo ha dei limiti. E non mi reputo Baudelaire.

        Solo che… preferisco continuare a studiare come ho sempre fatto.
        😉

      • La cosa che mi stupisce, e credimi mi stupisce davvero, e che ci sia bisogno di un testo che dica che una storia ha bisogno di coerenza interna e credibilità per essere gustosa, leggibile, etc…
        Così come mi stupisce che tanta gente che scrive non percepisce, tanto per dirne una, come un errore, il variare dei punti di vista.
        E te lo dico perché, al di là degli studi che ho fatto o delle correzioni che ho avuto. Io ero già persuaso di questa “verità”, prima ancora che sapessi che le cose stanno così.

        Com’è possibile che sfugga questo fatto, mi riesce oscuro. Dovrebbero essere cose talmente elementari, immediate, da non avere bisogno di un’insegnante che lo ricordi.
        Anche e soprattutto per emulazione. Mi spiego: se in tutto l’arco della mia vita leggo libri buoni (non dico capolavori, ma almeno buoni) diventa istintivo imitarne la struttura, capirne la coerenza, intuire che, alla base dello stile di quell’autore che tanto ci piace c’è del metodo e apprenderne gli schemi. Tentare di imitarla e poi trovare una strada propria.

        Tutto qua.

        Al di là dei titoli e degli studi.

        Che poi, e lo sappiamo tutti e due, là fuori ci sia gente che mi darà del coglione per questa mia presa di posizione, questo è un altro discorso.

        Non è il tuo caso, per fortuna. Ma c’è.

        Eppure, stranamente, contro tutto e tutti (o la maggior parte, per lo meno, quelli che strepitano più di tutti), so quello che sto dicendo.
        Il linguaggio è nato per consolidarsi con l’uso che se ne fa, non per essere cristallizzato. È fluido e variabile, è la sua bellezza.
        Gli altri pensino ciò che vogliono.

        E con questo, direi che ho chiuso.
        Grazie per la pacatezza del tuo intervento.
        Un abbraccio. 😉

        • 10 anni ago

        Ho preso i manuali perché i decaloghi arrivano da quelli 🙂
        I decaloghi però sono confusi, sintetici e non vanno bene a mio avviso.
        Meglio leggersi dei manuali, che espongono anche tanti casi su cui riflettere per poi farsi un’idea propria.
        E che chiamarli “manuali” non è nemmeno tanto corretto visto che sono tanti suggerimenti e consigli. Proprio come ha fatto la tua amica con te, Hell 😉

        “Perché devi raccontare proprio QUESTA storia?”
        La domanda così com’è posta, non ha senso. Infatti, è di tema e premessa che si deve parlare. E sì, ha senso e ha sempre una risposta. Non è una domanda “vaga o bizzarra”.
        Arriva dal fattore scatenante della storia. E’ la storia che da le risposte. Se la storia ha senso, certo.
        Se la storia è campata in aria, e non ha un inizio e una fine, allora non è una storia e quindi non vale la pena nè di essere scritta, nè di essere letta.

        Il senso e l’utilità è lo stesso di quello di un pugile 😀
        Un pugile non si allena “alla-cazzo-di-cane”. Ha un metodo, delle scadenze, degli orari, una dieta. Deve arrivare a degli obiettivi, e poi oltrepassarli.
        Lo scrittore lo stesso.
        Occorre pratica, esercizio, ma se non hai “l’allenatore” che ti dice quanto e come, scrivi “alla-cazzo-di-cane” insomma, è tutto tempo sprecato. C’è gente che scrive, dopo vent’anni, allo stesso modo di come scriveva in terza media.
        Tu hai una Laurea in Lettere e un’amica che ti corregge, non tutti ce l’hanno 😉
        E non parlo di farsi tutti i manuali che esistono, con 5 o 6 sei più che a posto.
        Che ognuno faccia come vuole.
        Che ognuno si trovi un suo metodo. Un’assistente, un’amica, il gatto.
        Cmq c’è anche il raggiungimento del Nirvana 😀
        A me i manuali sembrano i più immediati, ecco tutto.
        Però bisogna essere critichi verso il proprio scritto, e fare delle pause prima di riaffrontarlo in modo più serio.

        Non c’è “una verità”. C’è una storia.
        Se la storia ha capo e coda, se ha personaggi coerenti, se è scritta in modo leggibile (vuol dire in Italiano 😉 ) Allora è bene scriverla.

        Il perché si deve raccontare una storia, può essere un perché “banale”. Basta che ci sia 😉
        Non so Hell se ora sono riuscita a darti una risposta al tuo dubbio: “A me continua a sfuggirne senso e utilità.”

        E brucialo sto’ muro di gomma, no? 😀
        Baciotto!

  • Se dovessi dirti la mia, che coincide molto con la tua, alzerei un polverone…

  • La tecnica è quella cosa che ti consente di rendere fruibile la tua idea agli altri. Ma se non hai idee, la tecnica (i manuali, le regole ecc ecc) non ti servono ad una mazza.
    I corsi “diventa scrittore in tre giorni” servono se non hai la padronanza della lingua, se hai problemi su dove vanno messe le h o la differenza tra un accento ed un apostrofo ma non ti posso dare la storia o le idee.
    La pianificazione, come suggerisce Daviode, penso possa essere indispensabile in romanzi lunghi e complessi dove si rischia di perdersi negli intrecci o nei personaggi e rimanere invischiati in trame e sottotrame che si rischia di dimenticare aperte e penzolanti da qualche parte se non si ha uno schema della struttura a cui fare riferimento.
    E rimango dell’ idea che se la storia è buona ed avvincente, i personaggi sono azzeccati anche senza le sacre tavole dei cvitici si può raccontare una storia che emoziona.

    • Allora, il tuo intervento mi dà l’occasione per ribadire ciò che dovrebbe essere ovvio, ma che non è. Io per primo ho bisogno di esercizio e di apprendere la tecnica. E di migliorarla.
      Dico solo che, potendo scegliere, preferisco apprenderla dai testi di letteratura coi controcoglioni, piuttosto che dai decaloghi. Tutto qua.
      Pur ammettendo che il confronto con certi lettori, soprattutto, in questi anni mi è stato utilissimo.
      E proprio la questione del decalogo spiccio che stento a comprendere.
      Forse ci siamo. 😀

  • Ohmmammamia. Avrei un milione di cose da dire per commentare il post e i commenti allo stesso. Cercherò di essere sintetica, probabilmente dimenticherò qualcosa, ma tant’è.

    Prima di tutto, non percepisco questi “consigli” come dei “manifesti”, né come presunzione, né come tentativo di ammaestrare. Parlo per me: quando io scrivo dei post su temi legati alla mia esperienza di scribacchina, lo faccio:
    1- perché amo condividere i miei pensieri, dato che scrivere è una “hard, lonely, often bitter calling” (sì, definizione di Ben Bova presa dalla prefazione a un manuale di Orson Scott Card, How to write Science Fiction & Fantasy; e no, il fatto che io condivida questa definizione non vuol dire che la scrittura non sia anche divertimento, emozione, gioia) e confrontarsi su questioni simili è interessante. Così come ci si confronta scrivendo le opinioni su un film o un libro, no? Ma non pretendo certo di insegnare qualcosa, né di convincere altri. Scrivo quello che vale per me, perché spesso in simili consigli altrui ho trovato aiuti, spunti, inviti a provare cose che non mi erano mai venute in mente e che poi si sono rivelate preziose. Ci ho trovato anche cose che non condivido o che non mi hanno aiutato, e allora? Se di un romanzo non mi piace un dialogo che faccio, dovrei buttare tutto il libro?
    2- perché cercando di rendere chiaro il mio pensiero per gli altri, chiarisco le idee a me stessa e a volte metto a fuoco punti che mi sfuggivano.

    Poi: questi “punti” (o qualsiasi altro elenco simile) non sono da recitare come un mantra finché non li si ripete tipo zombie. Così come le regole che propongono i manuali di scrittura creativa (ah, famigerate regole dei famigerati manuali) non sono qualcosa che tengo a mente per ricontrollarle tutte ogni mezza pagina. La prima stesura è fatta per correre, per buttare giù il materiale grezzo su cui poi intervenire in fase di revisione – e allora lì sì che le regole servono. Ma, soprattutto, serve la consapevolezza che quelle regole esistono, che hanno lo scopo di rendere più efficace un testo – e quindi, in definitiva, di renderlo in grado di emozionare il lettore, appassionarlo, fargli dimenticare che esiste il mondo al di fuori delle pagine – e la voglia di sudare per migliorare, di porsi domande, di capire dove seguire le regole migliora lo scritto, dove forzarle, dove (consapevolmente!) abbandonarle per sperimentare altro. Esattamente come la grammatica: prima la si studia, poi si decide quando fanculizzarla perché si cerca un particolare effetto o perché mettere un congiuntivo sbagliato serve a esprimere al meglio ciò che voglio in quel certo punto di quella certa storia.

    (Prendo fiato.)
    (Rieccomi.)

    Per quanto riguarda il mio post: ho parlato sia di difficoltà emotive, perché cercando di rendere al meglio un personaggio, mettermi nei panni della vittima di una tortura piuttosto che di chi vede morire un amico è fottutamente doloroso, sia di difficoltà oggettive, come dice Hell, cioè di come per le scene più intense – omicidi, scene di sesso, ma anche l’emozione di un innamorato e così via – occorre prestare particolare attenzione a non scadere nel banale, nell’eccessivo, nel ridicolo ecc. Il principio dell'”economia della storia” che citi tu è equivalente a quello che io ho scritto nel post dicendo “Esprimere nel modo migliore quello che si desidera trasmettere: questo è lo scopo che detta le scelte di uno scrittore, a mio parere.”
    Su quello che i lettori penseranno, poi, la mia conclusione è semplicemente “Non posso farmene una paranoia. Leggere comporta la predisposizione a sfidare i propri limiti, anche mentali, a lasciarsi colpire e sconvolgere, quindi non posso far altro che sperare nella fiducia del lettore, scrivere meglio che posso ed essere consapevole che comunque la si giri non si può accontentare tutti.”

    Sul fatto che un autore dovrebbe capire da solo se ha scritto cagate, no, non lo credo. Non è affatto così semplice, e nessun autore, nemmeno il più bravo dell’universo, ha la necessaria oggettività per giudicare davvero ciò che produce. Sì, ci si può rendere conto a grandi linee se una pagina funziona o no, se si migliora o no, ma senza l’aiuto di un occhio esterno ed emotivamente distante dalle pagine non si riesce davvero a capire quanto vale quello che si scrive, o comunque resteranno sempre cose di cui non ci si rende conto, temi, punti forti o punti deboli ecc.
    Le regole poi vengono in aiuto anche in questo, guarda un po’. Tanti entusiasti autori di pagine illeggibili non hanno mai aperto un manuale in vita loro e restano entusiasti delle loro pagine illeggibili anche perché non sono abituati a criticarle, a porsi domande, non hanno riferimenti da cui partire, pensano che si scriva così “sull’onda dell’emozione” e basta. Il che non significa che occorre rileggere la prima stesura cecchinando tutto quello che si azzarda a uscire dal “seminato” delle regole: non è affatto un’operazione così grigia e automatica. Ma delle domande bisogna porsele.
    Sempre a mio modesto parere, eh.

    P.S. Non è affatto vero che chi legge i manuali o stila suggerimenti di metodo poi non produce nulla di suo. Alcuni sì, alcuni no. Così come ci sono seguaci della Scrittura Come Emozione Ebbasta che concludono le loro storie e altri che non lo fanno. Non generalizziamo.

    • Non mi pare di aver usato la parola “presunzione”, comunque.
      E la mia non voleva essere la solita diatriba manuale sì, manuale no. Solo una domanda sull’effettiva utilità di parlare dei propri metodi e trasformarli in decaloghi di dubbia utilità.
      E dico dubbia utilità, perché partendo da una base comune, quale può essere la nostra lingua italiana, gli esiti sono diversi per chiunque.
      E no, non sono affatto persuaso che ciò che va bene per la Coats e i suoi ventidue punti vada bene per chiunque.

      Quindi, non trasformiamola nel solito aut aut. Ognuno fa ciò che meglio crede per sé, l’importante è che non ci si illuda di possedere l’esattezza scientifica, perché non esiste. Non qui, non in letteratura.

      Sul fatto dell’autore che deve essere giudice di se stesso, io invece resto della mia idea. Cioè, se ci si appresta a scrivere bisogna sapere quelllo che si sta facendo e avere anche un minimo sentore se la cosa in sé, il racconto o quant’altro, funzioni o no.
      Cioè, si deve partire comunque da una conoscenza dell’argomento. Non si può iniziare a scrivere da analfabeta. Questo intendo.
      E che il valore di un’opera debba essere stabilito da chi legge e non da chi scrive, secondo me è altrettanto opinabile.

      Grazie dell’intervento. ^^

      • Ma hai fatto benissimo, ti pare?
        Purtroppo è il limite della scrittura, proprio così. Post come questo, che a me stesso appaiono riflessioni confuse, nascono proprio dai dubbi che ho.
        Ovvero, io sul serio agisco come ho scritto, probabilmente perché avendo studiato tanto prima, l’idea di ricorrere ai decaloghi la vedo un po’ come i manuali fai da te delle edicole, che t’illudono di imparare a fare modellismo, e in realtà non t’insegnano nulla.
        Questo è. Poi è indubbio che alcuni trucchetti siano validi per tutti. Ma fino a un certo punto, no?

        Mai detto, tra l’altro, per riprendere il discorso di prima, che non si debba far leggere ad altri il proprio lavoro, altrimenti che senso avrebbe scrivere?

        Ecco, tutto parte dal presupposto che un autore si alza la mattina e inizia a dispensare consigli. A pro di che?
        Questo è.
        Il confronto ci sta tutto, ci mancherebbe.
        Ma l’utilità pratica, alla fine, è tutta da dimostrare.
        Poi, lo sai, a me piace parlare quando la discussione è interessante, In questo caso lo è. 😉

      • Sono io che ho fatto un discorso più generale, sorry se ho divagato.
        Non penso neanche che i consigli della Coats o chi di chi per lei vadano bene per chiunque, ho scritto infatti che per me non è così. Ma credo sia utile confrontarsi e pescare qua e là quegli spunti, proposte, consigli che possono essere utili, mettendo da parte gli altri.

        Giudicando un’opera c’è sempre anche una componente soggettiva, oltre che una oggettiva. Ma come io mi ritengo in diritto di dire “quel film mi ha fatto cagare” anche se non sono una regista, penso che un lettore possa ben esprimere la propria opinione.
        Tutto sta a farlo in toni civili.

      • Che poi, io non dico di abolire l’intervento esterno. Io per primo faccio leggere le mie cose ad altri, prima di pubblicare. Però, ecco, l’idea che sia una storia valida o no io ce l’ho già prima. 😉

  • Tendenzialmente è un caos. Nel senso buono, nel senso che ognuno ha i suoi metodi, il suo stile e tutto il resto. Possiamo parlarne, confrontarci, discutere sapendo che condividiamo la base di partenza – l’atto in sé della scrittura – ma alla fine ritorniamo ai nostri metodi, quelli che ci siamo costruiti. Magari implementiamo qualcosa di nuovo, dopo un confronto costruttivo.
    Ecco perché, tendenzialmente, gli elenchi di punti da tenere a mente, i manuali, le regole, sono tutte cose buone, ma non vincolanti. Noi lo sappiamo, quando scriviamo, come hai detto, se una cosa sta filando bene o no. E ci rendiamo conto quando stiamo sprecando tempo a scrivere frasi che non pubblicheremo mai, e tutto il resto.
    Quindi concordo sul fatto che l’autore ha il controllo, nel bene e nel male. E concordo sulla soggettività del metodo, si sarà capito.

    Ciao,
    Gianluca

    PS: sincronicità, oggi volevo scrivere proprio un post sulle idee che rimangono per sempre spunti mai realizzati per mancanza di volontà 🙂

    • Be’, scrivilo no? Chi te lo impedisce?
      Grazie del parere! 😉

      • Sostanzialmente… 😀

      • La volontà..? 🙂 Scherzo, ci sto lavorando, anche perché tendenzialmente (è la parola del giorno, sì…) è un discorso abbastanza interessante. Credo.

  • Anch’io sono scettico sui manuali di scrittura, come per tutte quelle regole che ogni tanto posto sul mio blog. Le leggo per vedere se c’è qualcosa che ci accomuna e far sì che mi senta uno scrittore. Ma prevalentemente la scrittura per me è volontà, che parte da uno spunto il più delle volte vissuto, anche la musica ha il suo peso ma a me serve prevalentemente per creare suggestioni che mi piacciono ( a me non al lettore)

    Sul fatto di commuovere ti ho già detto in un altro post come la penso: è un qualcosa di soggettivo. tu puoi pensare di scrivere qualcosa che faccia ridere a magari fa piangere e viceversa:-)

    be’ dimenticavo la grammatica dovrebbe essere ben presente per uno scrittore:-)

    • No! Non entriamo nel tunnel dei manuali sì, manuali no. Per pietà, non ne ho la forza. Diciamo che lo spunto è partito dai ventidue punti e dal fatto che, come Aislinn, anch’io avevo difficoltà, o credevo di averne, a scrivere scene di sesso, violenza etc…

      Tutto sta nel non credere che davvero il metodo possa essere riassunto in punti e trasmesso ad altri, come fosse la conoscenza per erigere le cattedrali. Scienza delle Costruzioni e Letteratura sono due materie diverse, sebbene c’è gente disposta a uccidere per sostenere il contrario.

      Il commuovere è diventata una mia ossessione, che ci posso fare? Più leggo in giro di gente che piange leggendo certi racconti, più mi viene da chiedermi il perché. 😀

  • Comincio coi 22 punti, perché da qualche parte bisogna cominciare.
    Io credo che i punti non siano da tenere a mente più di quanto si tengono a mente i muscoli da attivare quando si cammina, o si respira.
    Quando lo si fa, lo si fa e basta.
    Poi, quando devi cercare di descrivere come lo fai, allora lo spezzi in punti, in sequenze, in procedure.
    Come sempre quando si cerca di descrivere qualcosa che è anche in gran parte istintivo, la descrizione è artificiosa e incompleta.
    Alcuni preferiscono tacere.
    Altri – come il sottoscritto – cercano di dare un ordine, una parvenza di metodo.

    È diverso, io credo, quando si parla di struttura.
    Il lavoro che faccio prima di scrivere è come quando si pianifica un weekend in un posto in cui non si è mai stati sulla base di una mappa e una guida – andrò nel tal posto, visiterò la tale cattedrale, pranzerò nel ristorante talaltro.
    La pianificazione della gita non è la gita – non mi dice quanto mi piacerà la cattedrale, quanto deludente sarà il pranzo, e costoso, non mi dice che per ripararmi dal caldo mi infilerò dopo pranzo in vecchio rudere dove vedrò cose meravigliose.
    Però la pianificazione mi serve.

    I temi che non sentiamo nosri.
    Tutti ne abbiamo almeno un paio.
    Io credo che alla fine sia utile provare ad affrontarli, e credo sia essenziale trovare un nostro modo per raccontare certe cose, un nostro stile, un nostro metodo.
    Mediare, e superare con l’abilità e la tecnica il disagio.
    Non che sia facile, naturalmente – ma se non ci si prova, non ci si può riuscire.

    I lacrimoni.
    Io non li cerco – non mi piace piangere, e parto dal presupposto che non piaccia neanche agli altri.
    Cerco altre cose.
    Il divertimento quando scrivo è essenziale – per me, e cerco di trasmetterlo anche a chi mi legge.
    Le ottengo? – beh, c’è chi è lapidario nel garantirmi che no 😉

    • Sì, condivido il tuo ragionamento. Ma allora, la mia domanda è, visto che alla fine l’idea che se ne trae è che si tratti di metodi personali che non hanno valenza universale, perché parlarne?
      Perché elencarne i punti e renderli struttura artificiosa?
      Davvero si ritiene che questo possa essere d’aiuto?

      Perché alla fine, superata la legittima curiosità dello sbirciare il metodo altrui. Quel che resta è un elenco che, proprio come dici tu, si dovrebbe applicare in modo istintivo, senza rifletterci, e che è diverso per ognuno di noi.

      Alla fin fine, il cui prodest resta inevaso. O sbaglio? 😉

      • Eh, è proprio la questione del dogma per alcuni che percepisco e che non approvo. Non esistono dogmi, ma solo consuetudini. E queste sono destinate a cambiare. Devono cambiare, altrimenti non c’è evoluzione o involuzione, ma solo staticità senza progresso.

        Il punto è che, se non me l’avessi chiesto tu, mai mi sarei sognato di fornire un decalogo del mio metodo, sempre che di metodo si tratti. E quindi mi fa specie che invece altri affiggano i manifesti. Non so se mi spiego.

      • Mah, in prima battuta, confrontandosi si impara.
        Ci si scambia i trucchi del mestiere.
        Si discutono quei punti che a me sono ancora oscuri ma tu hai trovato il modo di getire, o viceversa.

        Poi, si ottiene una parvenza di vita sociale, discutendo di un tema che ci interessa con persone che condividono i nostri interessi.

        E poi, come con tutte le attività umane – dal sesso alla politica alla cucina – ci piace tanto farlo, ma ci piace ancora di più parlarne, perché ci costa meno fatica e meno impegno.
        È una forma di autogratificazione.

        Sul fatto poi che queste considerazioni possano diventare dogmi per alcuni – beh, anche lì, è come con la pornografia o le trasmissioni di ricette in TV – chi non è capace a farlo, ama guardare e pensa che ciò che vede (che avvenga in una cucina, in una stanza da letto o su una pagina di blog) sia la realtà.
        Poi va al bar (blog)e ne discute con gli amici come se lui fosse il più grande esperto del mondo.
        Se ha amici (lettori) stupidi, quelli ci credono.
        Ma quello, alla lunga, è un problema loro.

  • Per me in fondo la scrittura è sempre stata spontaneità e divertimento.
    Prima di approdare su certi lidi non avrei nemmeno immaginato l’esistenza di decaloghi e consigli procedurali.
    Di solito li leggo ma poi ne frego.
    Perché per me la scrittura deve rimanere spontaneità e divertimento. Migliorandosi, sì, ma senza diventare matto.
    Non sarò professionale ma francamente me ne infischio.

    • Ma forse perché, come te, non ritengo la scrittura una cosa che diventerà la mia professione, mi sfugge il perché dannarsi tanto l’anima prima, piuttosto che mettersi a scrivere. Che poi è quello che conta.
      Per come la vedo io, tra l’altro, è impossibile non migliorare con la pratica costante. Se proprio non ci si riesce, allora è meglio lasciar perdere.
      Ma già questo esula dallo scopo di questo post.

      Alla fine, mi sono reso conto che l’unica cosa che voglio è scrivere storie carine. Tutto qua. Senza tener presente 22 punti prima di mettermi a scrivere. Ma avendo ben presente dove mettere gli accenti, questo sì.

      😉

      • Sì, infatti. Strani figuri, il cui scopo esistenziale fatico a individuare. 😀

      • E poi c’è sempre quella sensazione, di cui parlerò presto: tizi che continuano a stilare e/o a cercare consigli di scrittura, ma che poi non producono mai nulla di loro.
        Come quelli che vedono millemila trasmissioni di calcio in TV, ma che se poi tirano una pallonata gli viene una sincope.

  • Che dire? Hai già detto tutto tu. ^^