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Ma in che senso nun se semo capiti?

by Germano on 24/09/2014
Book and Negative
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Good, bad... I'm the guy with the gun.

Good, bad… I’m the guy with the gun.

Chiedo scusa in anticipo agli utenti davvero interessati al cinema e affini, argomenti soliti di Book and Negative, ma…

Strappo ancora del tempo e delle pagine alla (a)normale programmazione di questo sito, per spendere ancora qualche parola sulla chiusura del blog.
No, non del solito, arcinoto blog (che è vero, potrei benissimo dargli un altro link, tanto, ormai, ha fatto più visite in questi tre giorni che negli ultimi venti; e sarebbe utile solo a capire la natura umana, antropologica, che la spinge a interessarsi più di corpi/strutture digitali in decomposizione che di blog vivi e vegeti e fiorenti; così come sarebbe inutile al blog stesso, dal momento che è chiuso), ma perché avverto che la questione chiusura (di un blog xyz generico) viene fraintesa alla grande.

Non è un problema di scarsa utenza.
O di scarsi commenti.
O di gne gne gne.

Questo è il modo semplice (e anche un po’ pregiudizievole, ammettiamolo) di percepirlo.

Ed è sbagliato.
Almeno nel mio caso. Per me è soltanto comunicazione. Che poi è la cosa che è venuta a mancare.

Io ho tolto il contatore delle visite mesi fa. Va alla grandissima. Non ne sento la mancanza.
Così come non sento la mancanza delle chiavi di ricerca, degli url in entrata, etc…

Allo stesso tempo, ho un tono irritante, a volte.
Lo so.
Non c’è bisogno che veniate a dirmelo.

E questo perché?
Perché sono padrone di ciò che scrivo. E, se scelgo un tono determinato, quello uso.

Qual è il senso del mio e di altri post in bilico tra l’incazzato e il disilluso comparsi su altri blog amici, negli ultimi giorni?

Il senso è, almeno per quanto mi riguarda, provocare una reazione, o se vogliamo, invitare a prendere atto che, in fondo, la vita online non è così importante e sacra che da essa dipende il nostro destino.
E se la vita online non funziona, non è nostro dovere portarla avanti.
Il suicidio di un blog non è ancora un reato perseguibile.

Ammettiamo, piuttosto, dicevo ieri, che a noi altri, del 99% delle cose che non siano noi stessi, non ce ne frega un cazzo. A cominciare dalla chiusura di un blog, o dal fatto, dal punto di vista dei blogger, che qualcuno senta il bisogno di lasciare un commento.

Cioè, prendiamo atto che siamo esseri egoisti per natura e… andiamo avanti.
Ci eravamo illusi che i nostri lettori provassero almeno un po’ di affetto e stima per noi altri.
Non è così.
Ci leggono perché… non lo sanno manco loro.
Forse non c’è di meglio da fare.
E allora c’è stata una distribuzione dei ruoli: a noi (blogger in generale) è toccato scrivere, a loro (lettori in generale) è toccato leggere.

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Sì, l’uccellino che vola nel nostro cuore ci dice che qualcuno ci rimarrà male, se chiudiamo, e quindi prendiamo a capocciate il muro e cerchiamo di comunicarlo. (comunque, il disegno è preso da Gaks Designs)

Che è una cosa allucinante, a pensarci. È come vivere in un limbo, condannati per il tempo concessoci a fare sempre le stesse cose, senza una motivazione alcuna.
Ma è la realtà.
E negare la realtà vuol dire impazzire.

Per cui, prendo atto della realtà. Scelgo di non darle peso, e vado avanti col mio blog.
È una mia scelta.

Non so perché si stia filosofeggiando così tanto, sulla chiusura di un blog, come atto biblico, con tanto di temporali e tuoni e lampi.
Una persona s’è rotta le balle e ha deciso per chiudere. Annunciandolo.

Una persona che continua, grazie agli dei, a vivere. E quindi ad avere la possibilità di fare altre cose. Magari anche ricominciare a bloggare, un domani.

Ma il punto fondamentale è: comunicare le proprie scelte/riflessioni, via blog.
Perché lo si fa?
Be’, visto che stiamo qui a far finta di parlare con (migliaia, almeno nel mio caso) di persone, allora si sente il dovere, certe volte, di farlo in forma scritta.
Perché magari, tra le migliaia di utenti che se ne fregano, c’è qualcuno a cui il nostro lavoro (sì, chiamiamolo lavoro, dai, che fa bene a tutti) di blogger mancherà. E ci rimarrà di sasso.

Perché ci sono, queste persone. Lo so.

Tutto qua.
Un blogger chiude.
Un altro apre.
Un altro continua.
Un altro s’incazza. Ovvero io.

Perché ritengo che, così come un commentatore casuale possa esprimere il proprio sdegno verso un post che proprio non gli va giù, anche un blogger possa comunicare il proprio scazzo alla rete. O alla propria utenza, quando il rapporto utenza/blogger si incrina, per mille ragioni.
Si comunica, anche con toni accesi, e si spera di far arrivare il messaggio, da entrambe le parti.
Funziona così da sempre.

Siamo sempre nel campo del legittimo, mi pare.

Passato lo scazzo, spese le dovute parole, eccoci di nuovo alla tastiera. Per le solite ragioni imperscrutabili.

Andiamo avanti, va, se volete.
Altrimenti, troviamoci un’altra strada.
Ed è proprio quello che è successo.
Quello che sta succedendo.
Si chiama vivere. Sì, anche online.
Ciao a tutti.

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