L'Attico

Ma in che senso nun se semo capiti?

Good, bad... I'm the guy with the gun.
Good, bad… I’m the guy with the gun.

Chiedo scusa in anticipo agli utenti davvero interessati al cinema e affini, argomenti soliti di Book and Negative, ma…

Strappo ancora del tempo e delle pagine alla (a)normale programmazione di questo sito, per spendere ancora qualche parola sulla chiusura del blog.
No, non del solito, arcinoto blog (che è vero, potrei benissimo dargli un altro link, tanto, ormai, ha fatto più visite in questi tre giorni che negli ultimi venti; e sarebbe utile solo a capire la natura umana, antropologica, che la spinge a interessarsi più di corpi/strutture digitali in decomposizione che di blog vivi e vegeti e fiorenti; così come sarebbe inutile al blog stesso, dal momento che è chiuso), ma perché avverto che la questione chiusura (di un blog xyz generico) viene fraintesa alla grande.

Non è un problema di scarsa utenza.
O di scarsi commenti.
O di gne gne gne.

Questo è il modo semplice (e anche un po’ pregiudizievole, ammettiamolo) di percepirlo.

Ed è sbagliato.
Almeno nel mio caso. Per me è soltanto comunicazione. Che poi è la cosa che è venuta a mancare.

Io ho tolto il contatore delle visite mesi fa. Va alla grandissima. Non ne sento la mancanza.
Così come non sento la mancanza delle chiavi di ricerca, degli url in entrata, etc…

Allo stesso tempo, ho un tono irritante, a volte.
Lo so.
Non c’è bisogno che veniate a dirmelo.

E questo perché?
Perché sono padrone di ciò che scrivo. E, se scelgo un tono determinato, quello uso.

Qual è il senso del mio e di altri post in bilico tra l’incazzato e il disilluso comparsi su altri blog amici, negli ultimi giorni?

Il senso è, almeno per quanto mi riguarda, provocare una reazione, o se vogliamo, invitare a prendere atto che, in fondo, la vita online non è così importante e sacra che da essa dipende il nostro destino.
E se la vita online non funziona, non è nostro dovere portarla avanti.
Il suicidio di un blog non è ancora un reato perseguibile.

Ammettiamo, piuttosto, dicevo ieri, che a noi altri, del 99% delle cose che non siano noi stessi, non ce ne frega un cazzo. A cominciare dalla chiusura di un blog, o dal fatto, dal punto di vista dei blogger, che qualcuno senta il bisogno di lasciare un commento.

Cioè, prendiamo atto che siamo esseri egoisti per natura e… andiamo avanti.
Ci eravamo illusi che i nostri lettori provassero almeno un po’ di affetto e stima per noi altri.
Non è così.
Ci leggono perché… non lo sanno manco loro.
Forse non c’è di meglio da fare.
E allora c’è stata una distribuzione dei ruoli: a noi (blogger in generale) è toccato scrivere, a loro (lettori in generale) è toccato leggere.

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Sì, l’uccellino che vola nel nostro cuore ci dice che qualcuno ci rimarrà male, se chiudiamo, e quindi prendiamo a capocciate il muro e cerchiamo di comunicarlo. (comunque, il disegno è preso da Gaks Designs)

Che è una cosa allucinante, a pensarci. È come vivere in un limbo, condannati per il tempo concessoci a fare sempre le stesse cose, senza una motivazione alcuna.
Ma è la realtà.
E negare la realtà vuol dire impazzire.

Per cui, prendo atto della realtà. Scelgo di non darle peso, e vado avanti col mio blog.
È una mia scelta.

Non so perché si stia filosofeggiando così tanto, sulla chiusura di un blog, come atto biblico, con tanto di temporali e tuoni e lampi.
Una persona s’è rotta le balle e ha deciso per chiudere. Annunciandolo.

Una persona che continua, grazie agli dei, a vivere. E quindi ad avere la possibilità di fare altre cose. Magari anche ricominciare a bloggare, un domani.

Ma il punto fondamentale è: comunicare le proprie scelte/riflessioni, via blog.
Perché lo si fa?
Be’, visto che stiamo qui a far finta di parlare con (migliaia, almeno nel mio caso) di persone, allora si sente il dovere, certe volte, di farlo in forma scritta.
Perché magari, tra le migliaia di utenti che se ne fregano, c’è qualcuno a cui il nostro lavoro (sì, chiamiamolo lavoro, dai, che fa bene a tutti) di blogger mancherà. E ci rimarrà di sasso.

Perché ci sono, queste persone. Lo so.

Tutto qua.
Un blogger chiude.
Un altro apre.
Un altro continua.
Un altro s’incazza. Ovvero io.

Perché ritengo che, così come un commentatore casuale possa esprimere il proprio sdegno verso un post che proprio non gli va giù, anche un blogger possa comunicare il proprio scazzo alla rete. O alla propria utenza, quando il rapporto utenza/blogger si incrina, per mille ragioni.
Si comunica, anche con toni accesi, e si spera di far arrivare il messaggio, da entrambe le parti.
Funziona così da sempre.

Siamo sempre nel campo del legittimo, mi pare.

Passato lo scazzo, spese le dovute parole, eccoci di nuovo alla tastiera. Per le solite ragioni imperscrutabili.

Andiamo avanti, va, se volete.
Altrimenti, troviamoci un’altra strada.
Ed è proprio quello che è successo.
Quello che sta succedendo.
Si chiama vivere. Sì, anche online.
Ciao a tutti.

Kick-ass writer, terrific editor, short-tempered human being. Please, DO hesitate to contact me by phone.
  • Hai messo idealmente la parola fine alla carovana di articoli a riguardo. Carovana alimentata anche da me, ma che ha -blog in questione a parte- fatto riflettere sui motivi del perché un blog può chiudere.
    Ave.

    Moz-

    • Sì, certo, si tratta appunto di riflessioni. È il nostro pensiero online. Cosa che adoro, forse la cosa che mi piace di più del blogging.

    • 8 anni ago

    Non concepiscono ciò che fate come una cosa seria, come un lavoro, perché non c’è nessuno che vi paga per farlo. In pratica fate volontariato.

    • Ma cazzo, pure ai volontari arrivano dei grazie, di tanto in tanto.

  • No, è che fare la figura di quelli che si lamentano perché non li cagano non è piacevolissimo. Soprattutto, è falso. Mentre sta passando proprio questa idea.
    Ma tanto siamo tutti stronzi.

    • E nessuno ci caga.

      • Sì, manco chiudere possiamo.
        Tutti filosofi. De stocazzo.

      • E abbiamo scelto noi di farlo, nessuno ce l’ha chiesto. Ma se chiudiamo siamo merdacce.

  • Aspetto che B&N chiuda solo per poter scrivere l’articolo: “Germano M. è uno stronzo!”
    Si sappia in giro.
    XD

    No, scherzi(?) a parte è sempre piuttosto interessante poter condurre uno studio “sociale/sociologico” sull’utenza del web 2.0, sul come si muove e sul “quando” si muove.
    Articoli bellissimi passano sotto silenzio, mentre articoli scritti in 3 minuti orologio alla mano con un’immagine e mezza domanda retorica vengono rimpallati urbi et orbi; discussioni interessantissime su massimi sistemi vengono ignorate, mentre tutti parlano di tizio e caio che si sono scornati; blog splendidi non se li caga nessuno, mentre tutti sono (siamo, mettiamoci in mezzo) sul pezzo quando ne chiude uno.

    Io l’adoro, il web 2.0.
    Provo a capirlo, alle volte ci riesco, altre volte meno; ma l’adoro anche per le sue contraddizioni.
    Spesso, quando mi sento triste, sono giù di morale, mi faccio un giro per la blogosfera (mentre se sono sull’orlo della disperazione vado direttamente su YouTube) e vedo il livello medio. Ci sarebbe da piangere, ma un senso di inquietante euforia mi pervade.
    E ghigno.
    Malvagiamente.

    If you know what I mean… 😉

    • Tentare di capirlo è tanto affascinante quanto inutile, secondo me.
      È capitato anche a me: la sorpresa di constatare che alcuni post scritti in cinque minuti fossero rimbalzati ovunque, mentre post dove mi sono fatto un culo così sono stati ignorati. Capita a tutti, è come se il paradosso fosse l’unica costante.
      Capita anche coi miei ebook.
      Ma io credo che nessuno, finora, abbia visto la questione dalla parte del blogger, ma solo dalla parte dei poveri utenti maltrattati.
      E ai blogger maltrattati non ci pensa nessuno? XD
      Quel che voglio dire è, tornando seri, che la comunicazione, se di essa si tratta, è ambivalente. Ma è un aspetto che è stato tralasciato completamente, in luogo del più facile e immediato giudizio. Quel sì o no al quale accennavi oggi nel tuo post.

  • Il tag “Blogger cazzuti” mi affascina.
    Io comunque sostengo che la rovina del web è che ci sono troppi fottuti telepati – sanno cosa pensi, eperché fai ciò che fai, prima ancora di leggerti.
    Infatti non ti leggono, ma ti giudicano.

    • Sì, ed è per questo che ho voluto scrivere questo inutile post.
      Inutile perché non sarà letto e/o capito.
      I’m sorry.

  • Internet 2.0 (ossia la versione social che ha preso piede nell’ultimo quinquennio o poco più) ha rimosso chirurgicamente la voglia di comunicare.
    In compenso ha trasformato moltissime persone in giudici e tribunali.
    Quindi ogni cosa che leggono/vedono/sentono (spesso in modo distratto e pregiudiziale) deve essere criticata e corretta. Anche quando lo fanno in buona fede.

    Questa mania di voler sempre sentenziare, partendo da una scarsissima comprensione del punto di vista di partenza, è oltremodo irritante.
    Anzi, è proprio intollerabile.

    • Ecco, eppure noi altri, almeno me, tentiamo comunque di comunicare. Forse ho parlato troppo presto, a proposito della pazzia XD