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L’inizio della storia

by Germano on 12/03/2012
Book and Negative
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Ovvero, l’inizio del mio rapporto con la scrittura. Ok, non mentirò, quella che segue non è proprio la prima cosa che ho scritto. Per quella occorre andare indietro ai miei sedici anni (un abominio fantasy di soli tre capitoli, per fortuna), questa qui, invece, è una cosa che ho buttato giù, su carta e poi su pc, quando di anni ne avevo, se non erro, ventidue o ventiquattro, il che significa intorno al 1998- 2000, di preciso non ricordo.
La metto online così com’è, senza interventi posteriori, perché mi interessa vedere coi miei occhi com’è mutato lo stile, e ancor di più mi interessa sapere la vostra opinione in merito all’evoluzione, ai cambiamenti che percepite, se li notate e, soprattutto, se volete.
Può essere una cosa divertente.
Io, nel frattempo, inizio già a vergognarmi.
Piccola curiosità, “L’Inizio della Storia” è il titolo del seguente capitolo che a sua volta era parte di un romanzo sci-fi, contaminato dal pulp. Ambiziosetto, no? Allora mi ritenevo un dono del cielo (come tutti gli aspiranti scrittori), e scrivevo queste cagate qua. Inutile girarci intorno.
Adesso sono quello che sono, solo Hell, o Germano, se preferite. Forse è meglio, no?
A voi l’ardua sentenza sul testo seguente, dunque.
Io comincio a cercare un buco dove nascondermi. Buona lettura e perdonatemi, se ci riuscite. 😀

***

Aprì gli occhi e la prima cosa che vide furono i caratteri digitali rossi proiettati sul soffitto scuro dall’orologio sul comodino accanto al letto. Enormi. Spiccavano al buio con dolente solennità a rammentargli che il tempo era trascorso fino all’una e cinquanta della mattina, o meglio della notte del quattordici aprile 20**. Aveva puntato la sveglia un’ora prima, ma, dato che aveva dormito male e poco, quando era scattato l’allarme l’aveva spento stizzito arrancando alla cieca con la mano e, zittito quello, si era voltato dalla parte opposta liberandosi con un movimento del braccio della pesante trapunta invernale. Se ci fosse stata Sarah, avrebbe provveduto con solerzia già da un mese a sostituirla con quella di mezza stagione, ma adesso era solo e non gliene importava più niente di queste sottili sfumature del cazzo. Da circa due anni il suo era un sonno agitato. Da circa due anni, vale a dire da quando era morta Sarah. Da quando era morta sua moglie. Con una bestemmia si mise a sedere sul bordo del letto. Paragonò il suo stato generale a quello di una scarpa vecchia e puzzolente. Filò in bagno intuendo, più che guardando, l’ambiente attorno a lui. Girata la maniglia blu della doccia, ci si buttò sotto senza troppe esitazioni, chiudendosi dietro l’anta di vetro scorrevole. Bestemmiò di nuovo mentre l’acqua gelida gli correva addosso. Uscito, diede ancora uno sguardo all’orologio, stavolta quello sul televisore nel salone. Le due e sette. Era in un ritardo fottuto. Per un istante vide Sarah raggomitolata sul divano a guardare l’ultimo spettacolo in tv. Solitamente un film in bianco e nero. I capelli biondi ondulati, il viso pallido che faceva da contrasto al rossetto cremisi e allo smalto delle unghie delle mani e dei piedi, i suoi piccoli piedi delicati e curati. Gli sembrò che gli stesse dicendo qualcosa, ma da quelle innaturali labbra rosse non usciva alcun suono che la sua mente fosse capace di ricordare. Qualche giorno dopo la morte di Sarah si rese conto di aver dimenticato il timbro della sua voce. Il suo fantasma, come i suoi ricordi, era muto. Immaginò che il televisore fosse acceso e che Humphrey Bogart, al solito intento a spappolarsi il fegato e bruciarsi i polmoni, stesse sorridendo al suo indirizzo. Forse vi intuì anche una sottile derisione, in quell’espressione pasciuta di chi sa il fatto suo. Squillò il telefono e contemporaneamente si dissolsero i fantasmi e le memorie. Mentre udiva il trillo, avvertì un’improvvisa sensazione di freddo. Ritornò in camera da letto, raccolse la pistola dal ripiano del comodino, controllò che fosse carica, e prese anche il tesserino del D.I.E., il portafogli e le chiavi dell’alfa. Il telefono aveva smesso. Ripassando nel salone diede un’occhiata all’angolo bar, pieno zeppo di bottiglie di superalcolici. Stette a pensare se fosse il caso o meno di riempirsi un bicchiere.

***

Valpurga, Europa Centrale, notte.

 

La città era fradicia. L’acquazzone era cessato da circa un’ora, ma spesse nubi grigie continuavano a gravare cupe e soffocanti, racchiudendo i quartieri in una tetra, ciclopica caverna dalla volta scura e compatta. Oltre il Paarlech, il fiume che tagliava in due Valpurga, verso la Periferia e i Quartieri Bassi, gli ammassi nuvolosi erano ancora rischiarati a intervalli dai fulmini. Il brontolio del tuono giungeva come una sorda, sommessa, testarda eco.
L’asfalto era lucido a tratti e rifletteva le luci sgargianti delle insegne al neon e quella giallo ambra intermittente dei semafori fuori servizio.
Da poco si era sollevato un vento freddo che soffiava rabbioso in evoluzioni imprevedibili, trascinando con i suoi mulinelli alcune foglie morte e cartacce, frustando e sbattendo la bandiera blu col cerchio di stelle dorate in cima all’asta sporgente dalla balconata della sede del D.I.E., il Dipartimento Investigativo Europeo.
Le strade erano sgombre e silenziose, se si eccettuava l’occasionale passaggio di autoveicoli che si lasciavano alle spalle la doppia scia dei pneumatici caldi.
Un uomo barcollava avanzando lungo un marciapiede, appoggiandosi ai pali dei cartelli stradali o alle lavagne pubblicitarie infisse ai margini della pavimentazione. Un ronzio insistente gli tormentava le orecchie, ma non era abbastanza lucido per capire quali ne fossero le cause. Forse era quella roba nuova che aveva assaggiato… Sceso dal marciapiede, incespicando, iniziò ad attraversare sulle strisce pedonali. Avvertì il battito cardiaco arrivargli alle tempie con prepotenza.
Un’automobile, un’Alfa 156, svoltò scodando a tutta velocità dalla parte opposta dell’isolato dal quale l’ubriaco si stava allontanando. Nel silenzio, si udì distintamente, oltre al rombo del motore, lo slittare dei pneumatici sull’asfalto umido e lo scatto e il grattare della leva del cambio. Quando la marcia si assestò, il motore riacquistò i giri e li aumentò con un ruggito cavernoso. L’alfa sfrecciò diretta verso l’uomo ancora impegnato nel suo precario attraversamento, ma non rallentò, anzi, gli passò accanto rapida urtandolo con lo specchietto laterale e facendolo cadere, e proseguì tagliando l’incrocio, incurante della segnaletica che le imponeva uno stop. Dopo di ché il veicolo si allontanò svoltando a sinistra qualche isolato più avanti, in fondo alla strada.
L’uomo si rialzò con estrema fatica guardandosi intorno come per scorgere l’ignoto aggressore che l’aveva colpito mandandolo a terra. Non aveva visto l’auto, non l’aveva neppure udita, tanto il ronzio si era intensificato. Imprecò contro il nulla e tentò di riprendere il cammino, ma non vi riuscì, le gambe come paralizzate. La vista gli si annebbiò e fu colto da un’improvvisa quanto violenta vertigine che lo fece accasciare nuovamente al suolo. Prima ancora che toccasse terra la vita aveva abbandonato il suo corpo. Poco dopo anche il suo cuore cessò di martellare.

L’uomo al volante dell’alfa smise di tirar pugni all’autoradio non appena questa si sintonizzò di nuovo. Finalmente musica al posto di quel dannato frastuono… NetWork 108 – ‘80 trasmetteva “Wanna be starting something” di Michael Jackson. Pigiò l’interruttore dell’alzacristalli elettrico abbassando completamente il finestrino alla sua sinistra. Una ventata fredda e umida gli sferzò il viso ristorandolo per un istante. Era ancora mezzo addormentato. Schiacciò il pedale del gas, poi abbassò la frizione lasciando nello stesso tempo il gas e scalò di marcia, dalla quarta alla seconda, mollò la frizione e osservò la lancetta del contagiri che si alzava rapidamente, mentre il motore rombava strozzato. Sterzò bruscamente e si riportò in rettilineo dopo una leggera sbandata, accellerando ancora. Allungò la mano sinistra all’esterno e riassestò lo specchietto retrovisore. Bestemmiò. Si accorse al tatto che era leggermente graffiato. Non sembrava rotto. Doveva essere stata la fibbia della cintura di quell’ubriacone del cazzo, pensò… poi gli venne in mente l’espessione del viso di Sarah quando gli rimproverava i suoi giudizi troppo affrettati facendoglisi subito dopo incontro per dargli un bacetto sulle labbra. Mai lingua, quand’era nervosa. Solo sulle labbra…
– Puttana… – mormorò serrando i denti in una specie di ringhio astioso. Quel ricordo lo fece innervosire ancora di più. Abbassò il gas fino in fondo. Camminava come un fottuto ubriaco, pensò, quindi lo era. Quel fottuto era proprio un ubriaco. E neppure camminava. Sembrava che ballasse tanto era fatto! – E smettila di rompermi le palle! – esclamò, – Non sei più mia moglie!. – urlò all’immagine di Sarah nel suo cervello e nei suoi occhi, una diapositiva dai contorni sbiaditi davanti a quella nitida della città bagnata che gli scorreva ai lati, dilatandosi dal punto di fuga sul suo parabrezza. Sbatté le mani sul volante. Mancava poco, ormai. Era quasi arrivato. Ed aveva quasi perso il lavoro.

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