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L’aria del lavapiatti

by Germano on 28/11/2013
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state of mind

[…] Bussai.
Aprì un tipino alto snello delicato che spandeva odore di senso artistico tutto intorno. Si capiva che era nato per Creare, per Creare cose grandiose, libero da ogni impedimento, mai angustiato da coserelle meschine come mal di denti, incertezza, sfiga. Era uno di quelli che hanno l’aria di un genio. Io avevo l’aria di un lavapiatti per cui i tipi come lui mi stavano sempre un po’ sui coglioni.

Stamattina, a tenermi compagnia, ancora il vecchio Hank.
Ogni volta che mi domando come si sia giunti al punto in cui siamo, arriva Hank a dirmi che le cose erano uguali anche per lui *.

Come lui, ho l’aria del lavapiatti. Non da l’altro ieri. Più o meno da sempre.
Mi alzo, guardo allo specchio l’altro me stesso, e giudico che pure lui ha l’aria del lavapiatti.
Anche mio padre l’aveva. Intere generazioni di aventi l’aspetto di un lavapiatti.
Ecco, in due parole: il destino.

Lavapiatti, quindi, circondati da gente che al contrario si dà un tono. Soprattutto online, dove non si sente la puzza, non si vede la forfora, né s’avverte l’alito cattivo.
Cazzo, è davvero facile darsi un tono.
M’invento editore spaccaculi e mi vesto di figaggine. Siamo il nuovo, siamo l’avvento, siamo il delfino della carta! Cioè, il destino… Siamo li mejo.

Se se…

Qualche giorno fa ho trovato questa foto, che è diventata il mio avatar: unisce il nerd al professionale, nevvero?

Qualche giorno fa ho trovato questa foto, che è diventata il mio avatar: unisce il nerd al professionale, nevvero?

Oppure faccio il blogger che odia se stesso. Ho un blog, ma siccome sono troppo bravo allora mi odio e ciarlo da mane a sera contro i miei colleghi, perché rei al contrario di divertirsi, e lancio loro invettive gratuite e frecciatine simpatiche come spine di fico d’india sotto le ascelle.
E mi meraviglio sdegnato poi che quelli, inviperiti, mi mandino a raccogliere ricci di mare nell’acqua gelida piegato a novanta gradi.

Sorpassata la pretesa di “fare arte”, che era una roba buona negli anni Settanta, ora la gente che mi circonda (be’, la maggior parte, almeno) è ossessionata dall’avere un’aria professionale, pulita, efficiente. Possibilmente un po’ controcorrente, perché si sa, il mainstream è dei poveracci, appartiene a quelli a cui piace Pacific Rim (che a me… piace. E pure assai).
Gente che non usa mai il turpiloquio.
Adotta la diplomazia e il boicottaggio.
Si mostra perfettamente sicura e padrona di sé.
Non scoreggia.
E se lo fa, non annusa.

Ecco, state storcendo il naso, già vi vedo, perché scrivo volgarità. Ho urtato il vostro profondo senso estetico, e anche quello dell’olfatto, evocando odori malsani.
Consideratemi alla stregua di Christian De Sica in Fratelli d’Italia.
A’ Bambolì… (cit.)

E trasmissioni come quel talent show letterario innominabile sono esempio di un problema molto più radicale.
In un mondo in cui tutto è immagine, si vende l’immagine del prodotto, più che il prodotto stesso.
Ok, si sa, non ho scoperto nulla.

Però… ora mi sembra che la precedente non sia più una regola del marketing, ma uno stile di vita. L’unico socialmente accettabile.
Per cui lo scrittore deve sembrare scrittore, prima di saper scrivere. E anche se non sa scrivere, ci sono i Santissimi Editor (che tra poco li ridurranno a santini da distribuire all’ingresso delle case editrici, chiedendo in cambio un’offerta e di accendere un cero) armati di grammatica e sintassi.
Se fai il grafico, devi sembrare un grafico.
Se fai il cantante, devi sembrare un adolescente sbarbato anche a quarantacinque anni. Se fai la cantante, al contrario, devi zoccoleggiare in giro con la scusa che sei libera e nessuno ti può giudicare, nemmeno tu.
Se fai il dio del tuono, devi al contrario sembrare Loki.
Se fai il blogger devi sembrare…

bah

Un momento, come dovrebbe essere un blogger?

Giacca e cravatta, che si dà le arie di chi sa tutto e confuta tutto semplicemente perché può/è chic?

Oppure anarchico insurrezionalista nascosto nella cantina tra pagine polverose di manuali di programmazione, alla caccia dello scoop da sbattere online per la disperazione dei potenti, magari anche un po’ nerd nell’aspetto: occhialoni d’osso dalla montatura scura, camicia a quadrettoni?

Oppure ancora avere l’aria sbarazzina dello sbarbatello che discerne di cinema, ma gli riesce solo di parlarne male, mai che gli piaccia un film neanche a inginocchiarsi a testa in giù recitando il rosario?

O la beata/il beato che ce l’ha solo lei, aria stronzeggiante, che vaneggia di letteratura e/o moda e caffetterie aromatiche dove bere caffè cagato dallo zibetto e annusare libri intellettuali che nessuno leggerà?

Oppure altro?

E soprattutto, è giusto aderire all’immagine che il pubblico ha di te, della tua categoria? Esistono categorie?
Funziona davvero atteggiarsi?

Oh, io penso di sì. Cazzo, se funziona! Funziona eccome!

E magari potrei pure fare un tentativo di cambiare, di mascherarmi, d’illuminarmi d’immenso.
Solo che, ho l’aria del lavapiatti. Per cui, sotto il costume, si vedrebbe sempre il grembiule sporco di olio e sapone sgrassante. E la mia arma è la retina saponata. Sarebbe tutto inutile. Per cui sono anche un po’ incazzato.
E mi sa che me ne torno in cucina.

A dopo **.
Musica…

* Parliamo di Charles Bukowski e di Hollywood, Hollywood (1989)
** Non sforzatevi di riconoscere gente reale, nelle mie parole. È un discorso generalista, si parla di tipi e stereotipi.

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