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La Persona e il Tempo

by Germano on 26/02/2011
Book and Negative
Contents

Articolo per un weekend veloce veloce. Parte da due presupposti:

a) sono tornato a scrivere con divertimento e profitto (nel senso che quello che scrivo piace)

b) voglio vedere di dare un senso all’appendice Book, insita nel nome di questo blog, quando capita

Ragion per cui, parliamo di narrativa, se vi va. Ma niente tecnicismi, né polemiconi su teoria, manuali e tutte quelle altre cose che trasformano una bella discussione in una roba mortale e noiosa, che fa il sangue cattivo.
Parliamo di scrittori e di lettori. So che molti di voi scrivono, vi conosco. Altri leggono, alcuni di sicuro più di me.
La domanda riguarda il narratore e il tempo del racconto. Quale preferite?
Prima, seconda, terza persona?
E poi, racconto al tempo presente, oppure al passato remoto?
E ancora, impostazione classica, con periodi esplicativi, oppure stile frammentario?
Preferite vedere o leggere?

***

Questi interrogativi nascono dal confronto coi lettori. E sì, probabilmente anche dal gusto personale che, per quanto se ne dica, fa sempre la sua piccola e sporca parte, ma essenziale.
Da scrittore, non da sempre, prediligo l’io narrante e il tempo presente. Ovvero, il protagonista descrive ciò che vede e, in misura minore, ciò che gli passa per la testa.
Queste due quantità, visione e pensiero, possono variare a seconda del taglio del racconto e della situazione in cui egli (l’io) versa.
Alcuni lettori/scrittori partono, riguardo l’impiego dell’io narrante, dal presupposto che un testo, indipendentemente dal tempo in cui è stato scritto, narra fatti già avvenuti, condizione senza la quale verrebbe meno la natura stessa di esso: ovvero il fatto che giaccia lì, sulla carta, e che qualcuno si sia disturbato a comporlo.
La mia visione è più radicale. Spesso, la mia prima persona appare essere una finestra, in diretta, dalla quale vedere ciò che accade al personaggio.
Questa concezione, per quanto affascinante, si presta a delle forzature: una delle tante, ad esempio, è che l’io narrante continua a esercitare la propria funzione, ovvero narrare, anche in situazioni nelle quali, per forza di cose, non potrebbe farlo. Ad esempio quando è coinvolto in una rissa e inizia a buscarle.
Prende colpi alla testa, ma la scrittura continua a essere chiara e descrittiva. Un paradosso che, però, regge e rende l’esperienza di lettura stimolante.
Altra versione dell’io narrante è quella usata nel SB. Lì ho usato il tempo presente, ma per descrivere avvenimenti dati come già avvenuti nel corso della settimana. Sussiste la sospensione di incredulità persino quando, come nel capitolo 8, ho narrato il combattimento con un infetto nel bosco come stesse accadendo in quel preciso istante. Una falsa percezione, ovvio, perché quel determinato evento era accaduto già una settimana prima, tenendo conto dell’assunto che portava a gestire il Survival Blog in tempo reale, ovvero tenendo presente che ogni post fosse scritto a sette giorni di distanza l’uno dall’altro, come resoconto dell’intera settimana.
Scelta precisa la mia, quella relativa al falso presente, dettata dalla mia convinzione che la lotta, descritta, sia molto più coinvolgente se vissuta come un incontro di boxe. Guardandola svolgersi. In quel caso, già si sapeva che avrebbe vinto il Signor Hell, ma l’incontro è stato efficace in ogni caso.

***

Come tutti ho iniziato a scrivere in terza persona, impiegando il narratore onnisciente e spostando, di volta in volta, il punto di vista da un personaggio all’altro. Ovviamente, distribuendo il cambiamento di visuale per singolo capitolo. Mescolarli nel corso della stessa pagina o dello stesso dialogo non fa bene, no.
Ora, influenzato dalla prima persona, quando ritorno a scrivere in terza tendo a mantenere fisso il punto di vista su un solo personaggio e a escludere il narratore onnisciente. In breve, io scrittore, posso utilizzare nelle mie descrizioni e considerazioni, solo ciò che il personaggio può sapere e vedere.
Quello che cerco di evitare, con tutti i mezzi, sono gli spiegoni. Che poi, è la parte più difficile di un qualsiasi racconto ambientato in una realtà che sia dissimile, anche per pochissimi tratti, dalla nostra.
Bisogna spiegare come e perché quest’altra realtà funziona così, giusto?
Voi come lo fate?
Attraverso il dialogo, attraverso le azioni dei personaggi, o attraverso l’inserimento di schede esplicative, come appendice al testo? E perché scegliete questo o quel metodo?
Io preferisco di gran lunga che sia l’ambiente a parlare. Partendo dai dettagli e proseguendo via via, coi fatti capitati ai protagonisti del racconto. In questo senso, la costruzione dell’ambientazione fittizia e la conoscenza di essa da parte del lettore, si svolgono di pari passo con la lettura del testo. Per conoscere una realtà distopica, ad esempio, fino in fondo, potrebbe occorrere l’intera lettura del testo. Trovo che sia un metodo soddisfacente, da lettore. Ma chissà…
Be’, adesso, se volete, tocca a voi.

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