L'Attico

Là fuori

La cosa stravagante di questo blog è, come dice con ironia Matteo, che trasuda feroce ottimismo, tutto preso come sono, io che lo animo, a sognare di apocalissi future.
La terra del domani me la immagino un posto tranquillo e silenzioso.
Nessuna meraviglia, quindi, se mi sono buttato a capofitto nel Survival Blog.
Sono in fase di scrittura da quanto? Quasi due mesi. Il ché significa che parte del mio pensiero è continuamente con quei pochi personaggi di cui narro le gesta. Respiro la loro stessa aria, avverto il medesimo freddo e, vanto dell’actor’s studio, percepisco, o mi sforzo di percepirne l’identica paura.
Non la paura dei morti, là fuori, ma quella dell’avvenire.
Altra cosa, quando sono in questa fase, mi allontano dai libri e anche dai film a tema per evitare di assorbire, sia pure involontariamente, ambientazioni e situazioni pensate da altri al mio posto.
Non voglio essere un buon riciclatore. Ma è pur vero che le idee che circolano sono molto simili, e le possibilità della nostra realtà limitate.
L’apocalisse, intesa come genere narrativo, è ricca di stereotipi, derivanti per la maggior parte da pessimo cinema, ma può essere ancora vitale e spingersi, come la fantascienza, verso riflessioni di carattere assoluto: l’esistenza.
Questo post nasce come risposta a una gentile mail ricevuta nei giorni passati. Nessun tono polemico o smaccatamente ironico, per una volta. Ma un sincero scambio di vedute. Grazie.

***

Ammessa la sopravvivenza come condicio sine qua non, e per di più incidentale se non obbligatoria, sistema di narrazione che può essere interessante per i primissimi momenti e rispondere all’immediato interrogativo di moltissimi, “Cosa farei io al posto loro?”, dopo resta la quotidianità, goffa e noiosa, che scandisce un giorno dopo l’altro.
Dal punto di vista della narrazione, volendo affrontare l’individualità, preferisco pochi personaggi. Due, massimo cinque. Ben determinati e dalle dinamiche già indirizzate.
Un nucleo maggiore tende a ristabilire, per forza di situazioni e dialoghi, dinamiche precise alle quali si giunge attraverso situazioni conflittuali inevitabili. La specie umana e sì sociale, ma quando le cose sono belle e comode per tutti. Oppure subentra l’invidia. Da cui il contrasto.
Sono anche convinto che queste ultime considerazioni riescano persino ovvie a molti di voi, ma non a tutti.
Ma, il punto della narrazione legata al SB, qual è? Divertirsi, senza dubbio, eppure provarci. Provare a immaginare la vita fra cinque anni, gli ultimi dei quali trascorsi fuggendo e nascondendosi.
Appurato lo scetticismo che c’è in giro, tipico di una cultura che non si pone più domande e che dorme, ormai, sulle proprie false certezze e su un conseguente senso di sicurezza, che porta a liquidare come fesserie la possibilità di una pandemia e conseguente dilagare di infetti aggressivi e violenti e la successiva estinzione dell’umanità, ecco che le prime cose cui si bada leggendo la serie di racconti apocalittici sono: la qualità delle armi, spesso lamentandosi della presenza nel testo di armi merdose, tipo i fucili,  molto meglio quelli automatici, pesanti, anche se impossibili da reperire per uomini “normali” sopravvissuti chissà come e, in secondo luogo, dell’unica interazione con gli infetti/zombie socialmente accettabile dagli scettici, ovvero il numero delle uccisioni, in stile Rambo.

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Questo è indicativo di moltissime cose: la fine del mondo è solo un videogioco. I sopravvissuti non sono esseri viventi, ma figure manovrabili che devono fare il lavoro sporco e far fuori la maggior parte degli infetti possibile, per il divertimento di chi legge.
Per me non è così. Forse non lo è neppure per molti di voi. Questa è un’occasione per provarci. Tentare di sondare il mio io, non per niente il protagonista è il mio alter-ego, immaginarselo alle prese con una situazione estrema, paradossale tanto quanto folle, eppure non impossibile in senso assoluto.
Allora, diventa persino utile, non so a cosa, forse a noi stessi, tentare di prevedere le proprie reazioni di fronte a certi eventi disastrosi, di fronte all’inevitabile egoismo, tipico dei miserabili, che io e molti di voi tireremmo fuori in altrettante occasioni e, soprattutto, non già fare i conti col proprio passato, ma ipotizzare di riuscire a plasmare un nuovo modo di vivere e di pensare.
Questo è il mio SB, nelle intenzioni. Nei fatti, non so come la pensiate voi che l’avete letto, ma per me non lo è. Per una serie di limitazioni. Non ultimo il pensare in grande.
Scrivo, ma la strada è ancora lunga. Non potrebbe essere altrimenti. Il blog è uno strumento interattivo affascinante che consente, attraverso un connubio di opzioni quali scrittura, immagini, musica, di proporre un bombardamento di suggestioni emotive che è tipico del cinema, ma è pur vero che trattasi di strumento finito. Il limite è nell’attenzione di chi legge e nelle dimensioni dei post che per questo sono costretto a contenere, diversamente da quanto farei in un romanzo vero e proprio.

***

L’idea è iniziata dal presentare una realtà pulp e scanzonata. Una realtà possibile per un blogger quale io sono, capace di snocciolare citazioni cinefile in quantità, che vagheggia miti del cinema e che modifica scientemente il proprio lessico ispirandosi a battute memorabili. Da qui la scelta di una co-protagonista famosa, una star del cinema. In seguito il tono è cambiato, sfociando sempre più verso l’immedesimazione tragica.
Mi sono divertito anche io a giocare a Resident Evil, ma non è ciò che sono.
Soprattutto in situazioni estreme, quali questa ambientazione, io continuo a prediligere il realismo. Realismo di situazioni, capacità, con tutta la carica ironica che posso o non posso manifestare.
A quel punto, ammesso che sono il tipo che mai è andato pazzo per la messinscena modello Alice che si infiltra nella base della Umbrella Corporation, resta che fissarsi sull’introspezione. Sull’esistenza. Sugli sguardi verso la persona amata o non, colei che si trova accanto a noi a condividere il nulla. Ad alcuni di voi questa scelta piace, ad altri no.
Una buona volta, fatta tabula rasa di ciò che c’era prima, una serie di falsità che sono sparite alla velocità della luce, in questo nuovo mondo che si erge su una flebile speranza, cosa sceglieremmo di portare con noi?
Ho letto nel SB di Alex che ci si dovrebbe sforzare di conservare il ricordo di ciò che eravamo. Milano, nella fattispecie.
Quest’ultimo è un concetto interessante. Poiché è da giorni che mi domando cosa sia giusto conservare di questa realtà, vista l’insoddisfazione generale, che colpisce a tutti i livelli. Una domanda enorme, alla quale io per primo non saprei dare risposte sensate.
In uno scenario apocalittico, superata la fase del lutto, della perdita e del rimorso, banali ma inevitabili, sarebbe davvero giusto serbare proprio tutto quello che siamo stati, noi in quanto specie?
O sarebbe meglio pensare finalmente a qualcosa di nuovo, privandosi una volta per tutte dei fantasmi del passato?
Ci vuole più coraggio a rinunciare, piuttosto che a rifugiarsi nella vecchia quotidianità. O almeno è così che la penso, per il momento.
Il SB sta per finire. A quel punto sarà interessante ragionarci su, ancora per un po’.
Voi, come la pensate? Cosa resta, in fin dei conti, dopo la fine del mondo?

Kick-ass writer, terrific editor, short-tempered human being. Please, DO hesitate to contact me by phone.
  • […] Là fuori (di Germano “Hell”) […]

  • “Non l’avrei mai detto, che tu fossi appassionata di questo genere di film. Anche perché, le volte (tante) che ne ho discusso qui sul blog, non ti sei mai fatta vedere…”

    Eh, hai ragione. Avevo anche detto che avrei commentato le tue recensioni di film e poi non sono più tornata. 🙁
    Lo farò!

    • Guarda che stavo scherzando… 😉

  • Ma poi, dai, non è che io non abbia fiducia nel genere umano, ma la Storia insegna…

    • Non l’avrei mai detto, che tu fossi appassionata di questo genere di film. Anche perché, le volte (tante) che ne ho discusso qui sul blog, non ti sei mai fatta vedere…

      😈

      Scherzi a parte, io ti ringrazio, come sempre. È bellissimo confrontarsi sia coi lettori che con gente del settore, come te. 😉

      In realtà, la questione sopravvivenza, come l’ho posta in questo articolo parte già da una situazione idilliaca, per quanto lo possa essere dopo un’apocalisse.
      Troppe variabili esistono, infatti. A cominciare dal numero dei sopravvissuti.
      Se ce ne sono pochi, e i mezzi sono scarsi, c’è il caso che capiti un’estinzione…

      Stasera gira così. 😀 Però, al di là dei buoni propositi, penso che sia proprio questo il punto: concentrarsi sulla sopravvivenza, e poi su tutto il resto. E annullare qualsiasi tipo di conflitto.
      Cosa impossibile, ahimé.

  • Sono un’appassionata di film zombeschi/epidemici/apocalittici/…, inguaribile, anche se talvolta si rivelano vere e proprie bufale. 😛
    Quando ho iniziato a scrivere per il SB non mi sono posta il problema sto copiando/non sto copiando, ho lasciato scorrere le dita sulla tastiera sputando letteralmente fuori quel che veniva, di getto. Tu, El, ben lo sai. 😉
    Credo tuttavia in qualche modo, nel mio piccolo, di essere stata originale, perché ci ho messo molto di mio. E, come dicevo in altra sede, ho trovato il SB persino terapeutico.

    Per quel che riguarda i personaggi è vero, quando sono tanti si creano inevitabili situazioni di contrasto e non è facile gestirli e caratterizzarli tutti in poco spazio ogni settimana. Io ho scelto un gruppo così ampio semplicemente perché i SB che avevo letto fino a quel momento erano tutti con uno, due protagonisti e volevo fare la diversa, ha ha ha! Ma già da subito sapevo che ne avrei fatti morire un po’. 😉

    Il tuo SB è cinematografico, dici bene, mi piace come definizione. 🙂 Le scene non solo le hai viste tu prima di scriverle, ma le hai fatte vedere anche a noi.
    Leggere mentre osservavo le immagini, o ascoltavo la canzone dalla vostra autoradio o dagli auricolari di Zooey è stato coinvolgente, suggestivo.

    Cosa resta dopo la fine del mondo?
    Bella domanda…
    Il miraggio di una nuova vita lo abbiamo avuto tutti almeno una volta nella vita (scusate la ripetizione, ma ci sta), apocalisse a parte, ma non a tutti è dato di avere l’occasione e il coraggio per cambiare, per ricominciare da capo. Si potrebbe aprire un’altra discussione su questo tema…
    Non credo, comunque, sia possibile resettare tutto quello che siamo stati. E, anche se fosse, almeno le cose belle bisognerebbe portarsele dietro – dentro -, non intendo beni materiali, ma esperienze, insegnamenti…

  • […] del primo articolo/discussione sul Survival Blog. Lo so, si rischia un’overdose monotematica. Ma ogni tanto è bello […]

  • Tranquillo, era chiaro. E non ti sei perso troppo a non aver letto il libro 😉

    Solitudine: ok, il signor Hell (bellissima la scena nell’ultimo post! Ho ghignato un casino leggendola!) gira solo con una donna che ama, ed è stato fortunato a trovarla in mezzo al mondo che andava a rotoli! 🙂 La mia alter-ego in questo momento ha solo un gatto, come compagno di viaggio, quindi non siamo molto distanti: meglio un animale che un gruppo ^_^’

    • Il signor Hell è molto contentissimo di ciò. 😛
      Ed è anche fortunato, sì. Decisamente.

  • Ah, sì, c’è da specificare che il libro in questione non lo conosco. Per cui stavo ragionando sempre in relazione al mio articolo…

    E la solitudine: mah, non è che la vedi tanto diversamente da me, eh.
    Hai per caso visto il mio alter-ego del SB alle prese con qualche gruppo (di pazzi)?
    No, perché neanch’io sopporto la convivenza forzata.
    Mi va bene, invece, l’idea di passare del tempo con una persona che mi piace. Ovvio che il sentimento deve essere reciproco. Sennò, a questo punto meglio un cane di un gruppo, molto meglio!

    😉

  • Mah, ti dirò, il capitano si poneva più problemi ampi (civiltà, tecnica, ordinamento civile, scienza e simili) che artistici. Dell’arte, anzi, credo non si facesse menzione. La prospettiva era niente pensiero scientifico, niente innovazioni, niente scoperte, nulla di nulla, solo becero copiare le conoscenze del passato. Con in più la complessa questione di trapiantare una cultura altamente tecnica e basata sui metalli in un pianeta con pochissimi metalli. C’era un discreto pistolotto, ma, ripeto, la prospettiva era più che altro scientifica.
    Anche io credo che avere a disposizione ogni genere di capolavori del passato non possa essere un castrante, quanto uno stimolo alla creatività (prendi il Rinascimento). Perché l’artista (quello vero) non riesce a copiare sempre e comunque, dopo un po’ vuole fare di testa sua, improvvisare, modificare le regole del gioco.
    Varrebbe in un’ipotetica post-apocalisse come vale ora, anche se molti se ne dimenticano.

    Sulla solitudine: non so perché, ma io mi trovo in bilico tra la tua posizione e quella opposta. So che un’intera vita di solitudine sarebbe mortale (per psiche e cuore), ma in una ipotetica post-apocalisse forse preferirei la solitudine alla convivenza con altri. Perché? Boh. Forse perché per quanto la solitudine mi atterrisca, la convivenza forzata o meno mi atterrisce di più; forse perché i gruppi si sfaldano troppo facilmente per avere il coraggio di affidarmi a loro. Forse perché preferisco fallire miseramente da sola che farlo per colpa degli altri o sotto il loro sguardo.
    La mia alter ego si è data alla solitudine perché finirei per farlo anche io. =_=’ Temo che “Antisocial” vada bene anche per descrivere me, non solo per intitolarci un post… =_=’

    • 11 anni ago

    @ Hell: Io mi sono limitata a lurkare negli ultimi due giorni. Ogni tanto torno e scopro che ci sono nuovi inteventi interessanti.
    Devo dire di essere ammirata sia dall’articolo che dalla discussione.
    Riferendomi alla storia che stai scrivendo mi sono immedesimata nella tua “lei” misteriosa, ma non per ragioni romantiche. Il romanticismo c’è, è assodato e mi piace anche per quel motivo, ma in più penso di essere proprio come lei, cioè non tanto abile a cavarmela da sola. Ho studiato però di conoscenze pratiche non ne ho, tranne cucinare, ma non sono un asso neanche lì :P. Per non parlare della difesa personale. Sicuramente sarei capace di imparare a sparare e anche a usare un coltello.
    Ma il coraggio? Forse arriverebbe…. chi lo sa?

    • @ Zeros
      Sì, hai ragione. Le cose devono essere messe in chiaro anche adesso.

      L’Arte per me è importantissima. Non credo ci rinuncerei. Né mi sembra giusto privare le generazioni future di quei capolavori. È una di quelle cose da difendere contro qualsiasi particolarismo, l’arte è davvero universale. Impossibile farne a meno.
      Però non condivido la questione della mancanza di stimoli, avendo a disposizione l’astronave piena di ogni capolavoro. Anche l’espressione artistica è insita nell’uomo. Come il linguaggio e da lì la letteratura. Questo per dire che prima o poi l’arte rinascerebbe in ogni caso.

      @ KM
      Be’, ma sotto sotto nessuno, credo, si augura una tale eventualità apocalittica. Io so pescare e fare qualche altra cosuccia. E di solito capisco tutto in fretta. Ma non credo esista qualcuno veramente preparato, sotto tutti gli aspetti, a una cosa del genere. Non c’è addestramento che tenga.

      Nel mio racconto, la mia compagna è fondamentale per la mia sanità mentale. Quindi anche io dipendo da lei, credo si sia capito. Forse i più cinici la ritengono una debolezza. Ma non volevo fare la parte del paraculo.
      Personalmente, il pensiero di trascorrere anni e anni futuri, dopo la pandemia, da solo mi atterrisce già adesso che so che è una finzione.

  • Su donne e uomini dopo l’apocalisse: sapere mettere le cose in chiaro è già necessario fin troppe volte nella vita di oggi, credo che in un poco roseo futuro sarebbe ancora più importante. Tutti sulla stessa barca, ma allo stesso livello.

    Anche io preferisco il capitano di astronave, se devo dire (anche perché il racconto con i cloni dinamitardi non l’ho finito di leggere, lo storico dell’arte in me rabbrividiva e si incazzava al solo pensiero di un gesto simile).
    Il concetto alla base delle due vicende è lo stesso, in fondo, fare tabula rasa. Solo che per il capitano è una tabula rasa culturale completa e la trovo molto più comprensibile, soprattutto nella situazione in cui è. Il rischio è reale e allucinante, una civiltà tutta rivolta all’astronave, senza stimoli a evolvere, solo a mantenere vestigia di un passato mai realmente conosciuto.
    I cloni vogliono ridare alla creatività artistica la possibilità di esprimersi senza blocchi e castrazioni, ma proprio non riesco ad accettarla, come scelta.
    E sì, se dopo la tabula rasa i nostri pronipoti dovessero fare le stesse cazzate che abbiamo fatto noi, sarebbe una brutta conferma dell’ereditarietà dell’idiozia 😉 Speriamo bene!

  • Pensieri sparsi sul tema: il mio Survival Blog nasce da luoghi veri, posti che conosco relativamente bene e di cui ho solo alterato qualche elemento per renderlo più accettabile (per dire, la prima tana, che è un bunker in un giardino, esiste realmente, solo che il bunker è 2x2x2 metri se va bene, nel SB si è ingrandito, licenza poetica ;P).
    Quanto all’armamento… sto abbastanza sul vago e sul plausibile, anche perché di armi da fuoco non ne capisco una beneamata; quanto a quelle da taglio che nomino, sono quanto di più plausibile ho scritto in tutto il SB, visto che le possiede la mia dolce mammina ^_^
    Di azione ne ho messa poca, perché non mi ci vedo, in azione… L’unica è definita in maniera esplicita come parte di momenti di stupidità o di paura folle.
    La mia scelta è stata per la verosimiglianza, per l’aderenza a quello che sono e che potrei essere tra cinque anni. E rispecchia abbastanza anche quella che sono io ora (nella testa bacata).
    Ho ance cercato di immaginarmi cosa possa voler dire sopravvivere per una donna sola. Il mondo è già un posto poco raccomandabile oggi, con leggi, polizia e ammenicoli vari, non credo che in un contesto postapocalittico diverrebbe più coccoloso… E a noi donne toccherebbe tirar fuori le palle, anche se non è parte del nostro carattere, oppure trovare una posizione di forza e difesa da cui relazionarci con il resto del mondo.
    Su cosa salvare del passato: anche io direi ricette, arte e cultura. Poi, però, ci sarebbero le domande pelose: dove finisce la cultura e cominciano le ideoligie varie? Se salvassimo la cultura i nostri pronipoti la capirebbero a pieno? Due testi che toccano l’argomento (più o meno tangenzialmente): 1) Naufragio su Darkover (M. Z. Bradley), con capitano dell’astronave che alla fine la fa esplodere perché si immagina i discendenti degli umani bloccati sul pianeta che useranno l’astronave e il suo database culturale come unica fonte di sapere, divinizzandolo e evitando così di sviluppare mai un pensiero autonomo su qualsiasi argomento. 2) Millennium Express (Robert Silverberg, nell’antologia The Dark Side), in cui, nel 2999, tre cloni (Einstein, Picasso e Hemingway) e un umano progettano di far esplodere il Louvre e tutto il suo contenuto come gesto che liberi l’umanità dal giogo di un passato diventato ingombrante.

    Spero di non essere stata troppo contorta ^_^

    • Contorta?
      No, anzi, ottimo intervento.
      Devo dire di essere d’accordo con le tue considerazioni riguardo la verosimiglianza e sul ruolo della donna nell’apocalisse, ammesso che si debba ancora intendere in questa maniera… Voglio dire, a quel punto, uomini e donne, siamo tutti sopravvissuti. Anche se devo ammettere che sarebbe vitale per ogni donna saper combattere e farlo benissimo, giusto per chiarire subito le cose, ogni qual volta capitasse la necessità.

      Io devo aggiungere di essere d’accordo, tra gli esempi letterari da te citati, più con il Capitano dell’astronave. Per evitare il sorgere di ideologie dannose, meglio fare tabula rasa di ogni traccia di pensiero filosofico. Questo vuol dire rinunciare a un sapere vasto, ma secondo me è un atto essenziale per favorire non tanto la nascita di teorie innovative, ma quantomeno spontanee. Poi, se i nostri discendenti dovessero ripetere gli stessi errori, a quel punto vuol dire che l’idiozia è dentro di noi, tipo dna, c’è poco da fare…

      😉

  • Occorre un post per rispondere a un post simile. La miseria. Più che paure fisiche – quindi zombie, gialli e alieni – il mio terrore è dentro la testa. D’altra parte tutto quello che scrivo di personale a tematiche del genere. Nel romanzo a puntate sul mio blog il vero nemico da affrontare, anche se le storia è pervaso da violenza e desolazione, e un folle che sostiene che la terra e una prigione aliena e l’unico modo che abbiamo per liberarci è il suicidio, ma gli alieni mica si vedono, come nei miei episodi di SB non c’è mai stato uno scontro effettivo con i gialli, anche se il mio personaggio sembra il più disperato di tutti. Credo che nelle prossime puntate sarà sopra le righe ma suppongo dipenda dal fatto che si trova con le spalle al muro.
    Spesso mi ritrovo a pensare a panorami apocalittici (per apocalittico intendo anche trovarmi senza lavoro dalla sera alla mattina – già successo): non lo so, forse dipende dal fatto che riesco a essere lucido e preciso e forse anche intelligente soltanto quando la situazione che mi sento addosso è grama: insomma in un mondo post-apocalittico non saprei di preciso cosa salvare a parte le cose vitali, qualcosa da mangiare e qualcosa per ripararci dal freddo per intenderci. Suppongo che sarei più tentato a spingermi verso una posizione di salvaguardia della specie. Insomma non avrei timori a stroncare e a prendere a calci tutti coloro che cercherebbero di mettere in circolo ancora i vecchi vizi di una società malata come quella in cui siamo adesso.
    Ma sono pessimista al riguardo, molto pessimista.
    Gli eroi li abbiamo soltanto nella fantasia…

    • @ Glauco
      Il tuo OpenID funziona parzialmente. Non so come mai i tuoi commenti finiscono sempre in moderazione. Insomma, WordPress questa volta ha combinato un casino coi fiocchi…

      Tornando a noi, i commenti, all’inizio del SB, sono stati anche il mio cruccio. Non solo qui, ma anche altrove. Proprio perché li vivevo come un paradosso. Per essere dei post spediti nell’apocalisse, erano fin troppo frequentati e questo mi sottraeva la capacità di immedesimarmi.
      Poi, vabbé, fa sempre piacere essere commentati, quello è sicuro.

      E perché no, oltre a salvare l’arte, la medicina e almeno un po’ di consapevolezza scientifica, tanto per evitare di tornare a venerare il dio Sole, anche la cucina, soprattutto quella italiana!

      😉

      @ Ferru
      E fallo ‘sto post, se te la senti! Può essere divertente. Oltre che interessante.
      Anche io quando tutto va male divento più riflessivo. Questo e altri post la dicono lunga su come sto adesso. Nulla di irreparabile, ma ho un sacco di cose a cui pensare, a volte troppe…
      Io temo diventerei cinico all’ennesima potenza in un quadro apocalittico, specie verso coloro che tentassero di propinarmi le solite, vecchie bufale che avvelenano la mente umana da qualche secolo, ormai.
      Purtroppo, un conflitto tra me, che esige un cambiamento quasi totale, e quelli che, al contrario, si dannerebbero pur di ricostruire ogni cosa, sarebbe inevitabile. Il resto, come diceva un certo pensatore, è conseguenza.

      😉

  • La penso come te. Del resto il mio SB è realmente survival e non c’è nulla se non degli sfoghi dovuti a situazioni vissute durante le ipotetiche giornate del 2015.
    Non racconto ciò che accade se non nei piccoli sfoghi postati dai tre personaggi, come se fossero in una sorta di confessionale e, come te, apprezzo il fatto di ricevere pochi commenti perché da proprio l’aria di “abbandono”.
    Per di più, pur leggendovi, non commento quasi mai i SB perché, altrimenti apparirebbe troppo finto. Durante il giorno lotto per sopravvivere e la sera ho a malapena il tempo di caricare lo stress con due parole sul blog. Questo è il bello…

    Cosa salverei del vecchio mondo se tutto dovesse ricominciare? Come ho scritto da Alex, sarebbe sufficiente che tutti noi salvassimo solo ciò che ci è più caro. L’insieme di quelle piccole cose potrebbe essere la base per un mondo migliore.

    Io salverei il libro di ricette di famiglia e, uno più generale (da buon Bolognese, la tavola è importante. Non vorrei finire a vivere in un mondo dove si mangiano solo fagioli!). Salverei sementi e testi di agraria. Perché non ho mai fatto il contadino ma è una attività che mi affascina. Salverei la mia bici, la mia collezione di libri, il mio Mac… anche se non dovesse più funzionare, lo vorrei con me, perché ho sempre avuto una passione smodata per i computer.

    Glauco

  • E te credo che rimane deserto un post del genere. Mica è facile rispondere 🙂

    Ci provo a mio modo, perché è mattina presto, la nebbia sale dalla valle a banchi grandi come le astronavi di Indipendence Day e misuro la quantità di voglia di lavorare in picocazzi.

    Dicevo.
    A me degli zombie, gialli, verdi, grigi, frega ‘na minchia. Non mi sono mai piaciuti, film o altro che sia. Anzi, Romero non l’ho mai visto, mi sono fatto tentare dal remake di uno dei suoi, da Rev e dai RE perché c’era una figa da paura che sudava si sporcava e sparava. Nulla più che testosterone intubato in un hard disk da qualche gigabyte di file audiovideo.
    Le armi non so veramente cazzo siano, distinguerei probabilmente un pistola da un fucile, e userei il secondo per sparare il primo, spesso e volentieri.
    Ma Glock mi sembra una medicina per la gola. E quando ho letto un romanzi di Altieri, arrivato alla terza riga, con 14 tipi di armi in testa, stavo già male.

    A me piace l’abbandono.
    La casa abbandonata, la terra abbandonata. La persona, abbandonata.
    L’idea di un territorio riverginizzato dalla solitudine, spalmato di freddo da venti inarrestabili, zigrinato e piallato da una guerra a base di testate termonuclerai, che democraticamente hanno ridotto buoni e cattivi a mucchietti di ceneri impalpabili.
    Ovviamente della guerra mi frega poco, a me piace il dopo.
    Mica per niente vado a far foto in industrie chiuse da anni, consumate dalle intemperie, dove vecchi macchinari marciscono come grossi insetti metallici.

    Chissà perché ci piacciono i panorami post apocalittici.

    Forse perché viviamo o ci sentiamo di vivere in questo mondo rumoroso pieno di gente della quale faremo volentieri a meno.

    Forse per il venir meno di regole, leggi e costrutti sociali che ogni giorno sembrano pesare di più sulle vite che abbiamo.

    Forse perché al di là dei mutanti, zombie, gialli, vediamo quelle piane (finalmente) deserte come un posto dove poter riposare in silenzio e gustare (in puro stile Fallout) la memoria arrugginita di quello che ci piaceva un tempo, come bambini che riscoprono giochi dimenticati.

    Forse perché un po’ l’avventura la sogniamo ancora, e la sogniamo proprio come dieci o venti anni fa, quando eravamo protagonisti di storie meravigliose.

    Forse perché in quella casa col camino che respira un vago pennacchio di fumo Zoey aspetta ancora.

    Forse.

    • Senza scherzi, il tuo commento, specie la parte finale, mi ha ricordato quel bellissimo film che è Le Ali della Libertà, quando Red incontra Andy sulla spiaggia…

      Ma sì, i nostri intelletti non si sono piegati, non ancora. E allora, non so voi altri, ma per me l’apocalisse è rinascita, speranza, occasione per rimediare ai nostri sbagli. Almeno dal punto di vista narrativo.

      Poi, come ha detto Swordman dalle parti di Alex, il trauma di una simile esperienza molto probabilmente manderebbe le nostre piccole menti in frantumi.

      Però, il senso della narrazione è proprio questo: ipotizzare un’alternativa utopica, non solo le crisi dei ventenni e trentenni che dobbiamo sorbirci qui da noi.

      Zooey sta aspettando…

      P.S.: il tuo OpenID, di vecchia data, è l’unico che funziona. Sei raccomandato, dì la verità! 😉

  • Gli intelletti liberi sono già in fase di zombificazione. Ne sopravviverà qualcuno sui blog. Forse.
    Per il resto sto già lucidando il fucile a pompa.

  • Be’, ti ringrazio. 🙂

    Sì, ricostruire tutto come prima sarebbe sbagliato, anzi, avrebbe un non so che di masochistico.

    Ehi, ma, per pensare in grande, parafrasando Egg Shen, bisogna iniziare sempre dal molto piccolo…

    Poi ti quoto in pieno. Purché sopravvivano intelletti liberi. Il ché è già meno probabile…

    😛

  • Innanzitutto sono lieto di aver commentato, perché il post è TROPPO BELLO 🙂

    Detto questo, aggiungo anche che ti ho risposto anche con un altro post “istintivo” appena pubblicato sul mio bloggolo.

    Ho cercato spesso di immaginare come mi piacerebbe ricostruire una società post-apocalittica.
    Ammettendo che si sopravviva a un’invasione di zombie/gialli/contagiati etc etc, direi che lo sbaglio più grande sarebbe quello di tentare di ricostruire tutto esattamente come prima.

    Io non penso in grande però, ma parto dal piccolo. Una cosa che eliminerei per sempre? Quell’indole moderna che ritengo abominevole: analizzare tutto, catalogare tutto, cercare una spiegazione per tutto e, ancor più, rendere burocratica, macchinosa e priva di “meraviglia” ogni cosa.
    Insomma, penso che dovremmo ricominciare a vivere, e non più stendere elenchi telefonici sulle statistiche di come vivono gli altri.

  • Come osi! Qui, in CASA MIA!?! 😈

    😉

    E come al solito, quando ti manifesti tu, io non sono mai troppo distante.
    Infatti sto qua, e ti rispondo…

    Però, prima, una premessa.
    Questo post l’ho pubblicato verso le 17, 17 e 30 al massimo.
    Finora, ho GODUTO del fatto che sia andato deserto di commenti. Non in senso cattivo, ovvio. I vostri interventi mi fanno sempre piacere, altrimenti non vedrei il senso nello scrivere i miei. Ma… per dirla tutta… mi è sembrato DAVVERO un articolo scritto alla fine del mondo, rimasto non letto: un’ultima testimonianza.
    Per un po’ sono rimasto indeciso se mettergli l’etichetta SURVIVAL BLOG, pensa te…
    CyberLuke dice che sono un romantico inguaribile: ha ragione.

    Poi, vediamo un po’:
    ognuno ha i suoi metodi per scrivere, di certo non sostengo che i miei debbano essere i migliori, anzi, mi piace che tu mi abbia esposto i tuoi, sono sempre molto curioso a riguardo.

    Per il resto, mi sa che concordiamo. L’apocalisse ha una sua poetica che è un peccato sprecare con trovate neanche più commerciali, ma solo balorde.

    Però, come ho scritto, mi è arrivata una mail una volta tanto educata dove mi è stato spiegato, punto per punto, cosa piacesse e cosa non del mio SB. Non ho saputo resistere.

    Il ricordo o “come immaginare il futuro” è l’aspetto che mi piacerebbe conoscere di più di voi altri scrittori. Nel senso che un qualsiasi racconto apocalittico offre una fantastica opportunità: quella di ricreare la società.

    Ora, è interessante sapere come sarebbe composta la società post-apocalittica.
    Personalmente, tenderei a fare piazza pulita di parecchie cose che non mi vanno, per tentare di cambiare la mentalità delle generazioni che verranno.
    Potendo far questo non perché migliore degli altri, ma perché, nella finzione, superstite.
    Cosa cancellerei del vecchio mondo? Tutto quello che mi sa di ingiustizia.
    Di sicuro, conserverei e cercherei di tramandare l’arte e le scienze più utili: unico vero dono da poter fare ai posteri.
    Poi, le nuove forme di gestione sociale, magari, le lascerei a loro…

    Come dicevo prima: pensare in grande.

    Ho letto della storia dell’intervista… quando sarai famoso ricordati del tuo amico Germano, mi raccomando…

    😀

  • Bastardone!
    Troppi spunti su cui riflettere e ribadire, e io stasera volevo starmente tranquillo a scrivere la fine del 9° capitolo del SB! 🙂

    Dunque, ti rispondo a casaccio sulle cose che mi hanno colpito di più del tuo (ottimo articolo).

    Innanzitutto io “opero” nella maniera opposta rispetto alla tua. Nel senso che mi sto pappando film post-catastrofisti e ben due ebook (in inglese) di tematica zombesca.
    Vivere “nel” pezzo mi aiuta a respirare l’atmosfera che sto ricreando. Certo, il rischio di riciclare qualcosa c’è. Per me non è un problema. Da buon artigiano mi accontento di offrire discrete repliche, purché il materiale replicato sia buono.

    E qui veniamo al punto due.
    Ultimamente mi sto allontanando dal genere zombie proprio per la sua deriva pulp e action.
    Per la cronaca: odio “Planet terror”, “Apocalypse of the dead”, “Resident evil 1, 2 e 3” e, più in generale, tutti quei film che riducono gli zombie a bersagli a cui sparare, a cui tagliare braccia, gambe e testa. A videogiochi.
    Io amavo (amo ancora) questo genere per la sua poetica apocalittica. Per i suoi risvolti filosofici, che poi qualcuno può vedere e qualcuno no (a discrezione, non è un problema). Se mi tolgono questo mi tolgono in sapore delle cose. Come quelle pizze surgelate, con splendide foto sul cartone, ma senza alcun gusto.

    Capitolo armi: io sono un amante delle armi. Sono quel genere di scrittore che non dirà mai “Mario impugnava la pistola”, bensì “Mario impugnava la Glock”. Perché mi piace, perché è un vezzo.
    Però. Però mi sono pian piano liberato dalle paraculate militari, delle robe alla Tom Clancy, dei dettagli videogiocosi del tipo “eh ma guarda che il cecchino già a 2000 metri può vederti se usa il mirino XYX”. Ecco, sappiatelo, commenti così, su un capitolo di cinque pagine, mi irritano un po’.
    Per la serie… ma tutto il resto?

    Sulla questione del ricordo etc, sinceramente non ho capito bene cosa intendi 🙂
    Se il discorso è come l’ho interpretato io, beh, ti posso dire che, essendo una persona estremamente nostalgica e malinconica, mi piace immaginare il mio post-catastrofismo così. Fatti di ricordi vecchi e inutili come le foto ingiallite.
    Ma mi piace anche leggere come lo intendete voi.
    Altrimenti avrei scritto il mio solito ebook, senza aprirvi i cancelli di casa, no?

    😉

    Ah, a fine mese leggerete una mia intervista su un giornale (di quelli “veri”) free press di Roma. In tema Survival Blog.
    ‘Sti gran cazzi, eh! 😀

    PS: Bastardone!!! Ora ritorno a scrivere, e mi sa che non ci si ribecca fino a domani, uah uah uah!