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La dolce ipocrisia della parola

by Germano on 09/06/2016
Book and Negative
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Partirò da lontano, ma è una considerazione che serve al discorso.
Ho svolto il servizio civile in un Centro di Prima Accoglienza, per minori problematici. Fungevo da supporto del personale di ruolo.
Una mattina, alcuni agenti di Polizia accompagnano un paio di soggetti pericolosi: avevano tentato di stuprare una loro coetanea.
Espletate le pratiche e alloggiati i minori nelle stanze, uno degli agenti mi chiede quale fosse il numero massimo di detenuti nella struttura.
Risposi: sei. Abbiamo un numero massimo di sei ospiti.
Lui sogghignò e ripeté “ospiti…”, con quel tono che intende, sì, ciao, chiamali detenuti. Perché quello sono: detenuti.
Mica stanno in albergo.
Quasi fossero subumani destinati a un destino di violenza e carcere.

La cosa mi colpì, ma non lo diedi a vedere, né corressi il tiro. Anzi, ribadii: ospiti.

Ebbene, oggi si parlava, con alcuni ospiti del Blocco C, del potere della parola. E del fatto che i movimenti progressisti, che affollano i campus americani, in nome del politicamente corretto, stanno attribuendo alla parola una valenza universale. Potente. Assoluta.

moses-commandments-tablets-be-cool-dont-be-an-asshole-13858055342E che, dai campus americani, l’ondata di politicamente-correttismo, sta arrivando anche da noi. Con tutte le sue esagerazioni illiberali mascherati da liberismo assoluto.

La celeberrima, detto tra noi in estrema semplificazione, libertà di dire minchiate. Anche contro la razionalità e la logica.

Non più solo la penna, ma la parola, la semplice parola può uccidere.

E questo principio, unito a una scarsa considerazione dell’intelletto umano, che abbisogna, secondo questi alflieri della libertà, di costante difesa dai mali del mondo perché incapace di opporsi all’ingiustizia assoluta, sfocia in una platea di petulanti individui che indicono crociate su ciò che, di solito, ha tutta l’aria di essere degno di oblio immediato.

Con la conseguenza che, al contrario, si pone sotto il riflettore elementi che, proprio a causa di questa esacerbazione risaltano, mentre in un clima di rilassatezza mentale, al contrario andrebbero cestinati in pochi attimi.

Prendiamo a esempio il celeberrimo cartellone di X-Men Apocalypse.
Sotto la lente perché raffigura un uomo che strozza una donna.
Che cosa ne direste, ha affermato Rose McGowan, se al posto della donna ci fosse stato un gay?

Mmmhh…

Che è espressione tipica di questa insicurezza mentale che prevede di sentirsi disagiati, incazzati e infine di censurare oggetti quali immagini e parole che, normalmente, non causano alcun disagio.

La censura liberale vuole, in ogni campo, appianare qualunque origine di possibile turbamento sociale.
Ora, io a riguardo ho un’idea ben precisa.
Che si riassume in una praticità di pensiero: io amo il mio senso critico e il mio libero arbitrio. Sono stato educato a soffermarmi e a giudicare le azioni, più che le parole.
Che un corso si chiami Gli Uomini nella Letteratura o Le Donne nella Letteratura non mi causa alcun problema.
E non gradisco, personalmente, di essere protetto da eventuali filtri sociali stabiliti da altri.
Mi basta che lo Stato, o chi per lui, tuteli i miei diritti inviolabili.

Il famosissmo trailer del nuovo Ghostbusters non mi fa erigere a difensore di un pene disfunzionale che non accetta il cambio di sessualità dei protagonisti come indice di una bieca operazione di marketing.
Che poi è la scusa per dire che quattro donne con lo zaino protonico che incrociano i flussi ci stanno sui coglioni. In quanto donne.

Nazi-Mickey-Mouse-by-bopcharaSu questo argomento, è bene chiarire: a me personalmente non fa impazzire, sto film. Con Melissa McCarthy ho un problema in quanto la considero rappresentante di una comicità talmente volgare e becera da far sembrare Leslie Nielsen Luchino Visconti… E come me ce ne sono tanti altri.
Non è di questi, che stiamo parlando.

Niente di tutto questo.
Eppure, la tendenza a evitare di offendere il prossimo sinanche col respiro sembra essere il tracciato dominante.
Il futuro ci porterà in un mondo in cui la censura si applicherà (si sta già applicando, in verità) a ogni opera dell’ingegno umano (con opera intendendo ogni affermazione, creazione, pensiero e omissione) colpevole soltanto di essere arrivata prima di questa nostra (sedicente) epoca illuminata.
E sarà epurata.
In un trionfo di fanatismo che tanto ha a che spartire coi regimi totalitari.

E la cosa non mi piace per niente.

In più, mi spinge a essere abbastanza impopolare e a radicalizzare certe riflessioni già esposte qui sul blog:

l’ipocrisia della parola.
Perché è fuor di dubbio che trattasi, per lo più, nel cosiddetto politicamente corretto, di un corto circuito che si sofferma più sul significante della parola, che sul significato.
Chiamare lo stupro “penetrazione non consensuale” non attenua la gravità del fatto. Non rende la donna meno vittima di un atto abietto.
Perché ne è vittima. Inutile dire di no.
Semplicemente, l’impiego di espressioni meno acerbe serve a farci dormire più sereni, consapevoli di aver compiuto il nostro lavoro di non-aggressione verso il nostro sensibile, sensibilissimo, prossimo.

Tra l’altro, addolciamo la definizione di stupro, ma nei fatti, le violenze sulle donne sono persino in aumento.

Di contro, questa esasperazione del linguaggio sta causando una recrudescenza dell’anti-femminismo più becero, mascherato, in tempi di gaudio e delirio linguistico, da avversative rassicuranti: non sono maschilista, ma… che ci siano quattro donne a fare le acchiappafantasmi mi sta sul cazzo.
Tra l’altro sono pure cesse.

Dite le cose come stanno, senza nascondervi.

E inoltre, mi sembra, ancora una volta, che questa radicalizzazione del linguaggio applicato sia una bolla, in qualche modo separata dal mondo reale.

Quando l’altro giorno dicevo che il caos generato per il manifesto degli X-Men è un fenomeno tipico dell’internet intendevo che queste ondate di sdegno avvengono soprattutto in ambienti “protetti” che poco o nulla hanno a che vedere col mondo reale.

Bart-Simpson-final-660x350-1413961854Mai visto nazi-vegani mettere picchetti davanti a una macelleria, ad esempio. Ma su internet… cazzo, sono fortissimi e aggressivi.
Mai visto gente mandare saette dagli occhi e peti tonanti dal culo (cit.) nella sala di un cinema dopo aver visto il trailer del nuovo Ghostbusters.
Mai sentito nessuno, in libreria o in edicola, protestare col giornalaio o con altri lettori della vignetta su Capitan America che inneggia all’Hydra.

Allo stesso modo, l’isteria del politicamente corretto nei campus americani avviene proprio nei campus, che sono una pallida imitazione del mondo reale, un ambiente protetto in cui la massa degli studenti si oppone al corpo docente. È periodico, è ciclico, l’ho fatto anche io all’università. L’abbiamo fatto tutti.
Loro sono il potere, noi siamo il proletariato rivoluzionario.

Poi ci prendiamo la laurea e diventiamo gattini sotto la pioggia in cerca di un lavoro di merda.
Ecco, siamo passati dall’altra parte. Siamo stati istituzionalizzati.

Ma si torna ancora a casa e, chissà come, tutta questa furia di coscienza civile svanisce di fronte a una cartella esattoriale trovata nella buca delle lettere.
Che ti riporta immediatamente in una realtà terribile. Ti riporta nel vero Grande Fratello. Che se ne fotte del colore della tua pelle e del tuo sesso.
Vuole solo i soldi. Le tue tasse.
Non c’è sottigliezza sintattica che tenga, di fronte al potere del mondo reale. per quanto ci piaccia essere convinti di cambiare le cose solo con la forza delle nostre idee.

Le giuste domande da porsi non sono quindi indirizzate allo sviscerare il perché della presenza di cose discutibili quanto il nuovo Ghostbusters, o il cartellone di X-Men Apocalypse, quanto, come diceva Lucia, al capire perché qualcuno ha ritenuto necessario veicolare quel tipo di immagini o ingaggiare un cast di sole donne.

Tornare a esaminare il significato, e non fermarsi alla forma delle cose, solo per stare a posto con la nostra, falsa coscienza.

LINK UTILI:

L’articolo di Lucia
La grande isteria

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