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Il Regime di Realtà

by Germano on 28/06/2010
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Negli ultimi giorni sono capitate parecchie cose. Tra le tante è successo, ad esempio, che Norys mi sottoponesse un film di fantascienza russo, produzione 2008, con sottotitoli in tedesco…
Corretti i sottotitoli nella nostra benemerita lingua italiana, quel che mi è rimasto è un malloppone pseudo-fantascientifico in due parti, ennesimo adattamento dei due simpatici fratelli Arkady e Boris Strugatsky, due tra i più scopiazzati autori di fantascienza che la storia ricordi.
Parlando brevemente del film, The Inhabited Island, quando non si è convinti di stare assistendo ad una versione techno-pop-fashion di “Uomini e Donne”, col bel tronista tamarro a bordo del suo vascello/calamaro spaziale, quel che resta è una produzione di circa 30 milioni di dollari che è ingenuamente scontata, poggiando l’intreccio su tutta una serie di stereotipi ovvi nella costruzione di un’avventura classica, ma che riesce a sorprendere per l’assenza di tutti quei passaggi obbligati, leggasi info-dump di celluloide, necessari per introdurre un mondo complicato e variegato quale quello ideato dai fratelli Strugatsky; e che, in definitiva, ti fa sorridere ed essere indulgente verso quello che può essere considerato un tentativo di un cinema che sta riscoprendo ora quelle che erano le virtù guerriere e balorde dei miti del Cinema Anni Ottanta a Stelle e Strisce.

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Vasily Stepanov, il bellimbusto protagonista, non è Schwarzenegger, né Stallone. Chiariamolo subito. Se devo proprio dirlo, mi sembra la reincarnazione di Mirko dei BeeHive, ciuffo rosso a parte. Cosa, questa, che lo scaraventa direttamente nell’Inferno degli Scorticati Vivi a Testa in Giù, per quanto mi riguarda. Recita male, malissimo. Il bello di tutta questa storia, però, è che i nostri cineasti e produttori russi lo ammettono candidamente:

Director/producer Fyodor Bondarchuk said in an interview that he was so outraged by Vasily Stepanov’s bad acting that he had a nervous breakdown and recovered only about 18 months after the filming. Stepanov’s acting was so bad that the editors had to combine many cuts when editing the film, Bondarchuk also said. (dalla sezione “trivia” di “The Inhabited Island”, IMDb)

Il regista ha avuto un esaurimento nervoso a causa sua, del cherubino/tronista Vasily, per via della sua inettitudine come attore. E questi qui sono così grandi da ammetterlo. Da parte mia, dopo averlo letto, si sono guadagnati la mia gratitudine e il mio rispetto. Almeno, evitano di prendere per il culo lo spettatore. Coerenza è l’unica via…
La stessa coerenza che hanno dimostrato nella scelta dell’eroina protagonista, nonché fiamma del nostro Vasily/Mirko, tale Yuliya Snigir che, dopo una rapida ricerca nei lidi di internet, ho scoperto essere una starlette. La sexy starlette russa [scosciata] del momento che potete ammirare qui. Per la serie tutto il mondo è paese.

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Tutto il mondo è paese, dicevo, tranne l’Italia.
In Italiastan non c’è fantasia che tenga. In Italia io mi ritrovo a sognare che si producano cagate come questa cui ho accennato, purché mi si dimostri che si possono produrre anche qui da noi cagate come questa. Che non saranno chissà cosa, che non sono “sane & educative”, ma che, per lo meno, divertono. Ma no… in Italia non si produce fantascienza, roba da bamboccioni, segaioli e sfigati. In Italia si fa solo roba seria, con la quale lo spettatore possa identificarsi.
In Italia, ormai, non resta che darsi un colpo di pialla ben assestato sulle parti basse. E tanti saluti.
È l’effetto realtà. Del Regime di Realtà.

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E non parlatemi delle eccezioni. Degli scrittori, che pure esistono, del regista di turno che, messi quattro soldi da parte, filma un cortometraggio di qualità che, ovviamente, è apprezzato all’estero e cagato a spruzzo qui da noi.
Lo so che ci sono questi tipi qui. È solo che… non fanno testo. Il loro numero è insignificante rispetto alla sistematica infornata annua di fiction, telefilm, film per la tv & altre stronzate basate su concetti mutuati dal Manuale delle Giovani Marmotte del Marketing.
Mi dispiace, ma in questi giorni ho la memoria corta, per cui non ricordo più dove l’ho sentita la fatidica questione del “Chi si identifica?”. Mi pare su “TV Talk” , in onda su Rai 3, ma non ci metterei la mano sul fuoco. Resta il fatto che l’ho sentita.
Quel “Chi si identifica?”, se non lo sapete, è il mantra ripetuto costantemente nei vari consigli, quelli delle televisioni nostrane [RAI o Mediaset o altre ancora non fa differenza, temo] dove si decide come buttare i soldi quest’anno in un’altra fiction sulla Montessori in fiction che causeranno istantaneamente il vomito a tutti gli appassionati di fantastico che ne hanno piene le palle dei personaggi storici italiani, delle produzioni con la Bellucci o con qualche altra Miss Italia prestata al cinema impegnato e dei preti investigatori e dei carabinieri, dei R.I.S. che fanno l’occhiolino a nove stagioni e passa di C.S.I. e dei poliziotti alle prese con storie mutuate dalle pagine di cronaca dei quotidiani… non foss’altro perché, in quest’ultimo caso, sono fatti troppo recenti e si sa già come vanno a finire. Almeno, rendetevi conto di questo e cambiate il finale, dico io!

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Che razza di domanda è “Chi si identifica?”?. Ve lo spiego io: è impossibile concepire, per questi signori, di investire dei soldi verso la creazione di un prodotto di genere fantastico perché, secondo gli stessi soloni, il pubblico pretende di identificarsi con i protagonisti dei suddetti prodotti. Inutile stare a sottolineare l’assurdità di tale convinzione: chi mai può identificarsi con John Connor perseguitato dai Terminator o con i naufraghi dell’Isola di Lost? Eppure, chissà come, queste e altre creazioni della stessa specie, non basantesi sul principio dell’identificazione, hanno conosciuto un successo mondiale. Davvero strano il mondo reale, a volte…
Chi mai si può identificare in un telefilm alla District 9? Chi mai si può identificare in un ladro gentiluomo alla Lupin III o in un cacciatore di licantropi?
Perché in Russia, Spagna, Francia, Svizzera, persino Brasile e Sud Africa si può produrre cinema e televisione di genere fantastico e qui da noi solo di genere maniaco-depressivo della specie “padre & figlio in conflitto” o “famiglia disastrata da problemi di droga & finanziari sullo sfondo di un’Italia politicizzata” e ancora, “matrimoni falliti e giovani megere/rampolle a caccia di un uomo da ingabbiare”?
Sono stufo della realtà, per rispondere ad Alex. In questi giorni ho preso tante di quelle dosi di realtà da stare bene per una trentina d’anni. Non voglio essere educato ai sani valori italiani, attraverso ciò che odio di più, ovvero una serie interminabile di fiction fotocopia su altrettanti personaggi, sedicenti modelli ideali di una morale non necessaria e tanto meno attuale. Sarò cinico, ma, in un caldo weekend di fine giugno, se dovessi accendere ancora una volta il televisore e vedere un’isterica Cortellesi/Montessori che delira sul futuro delle nazioni che trattano bene i propri bambini, il colpo apoplettico di reazione è assicurato. Perciò portatevi avanti e cominciate a dirmi addio.
Voglio velivoli spaziali, voglio filosofia esistenzialista di realtà possibili, ma anche sparatorie a colpi di faser, spade laser e aliene dalle orecchie a punta. Voglio sexy cyborg che mi seducano e mutaforma sovrannaturali. Perché ne ho bisogno. Perché mi piacciono e mi sono sempre piaciute, cose come queste. Perché la realtà è noiosa e brutale, proprio nel suo quotidiano, ed è anche indifferente. E nonostante tutto la affrontiamo e andiamo avanti. E poi perché mi rifiuto di divenire parte e vittima del Regime.
Il Regime di Realtà. Quello che vige in Italiastan. Un mondo di depressione e sofferenza cinematografica sistematica da cui neppure la fantasia ha più il potere di uscire.

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