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Il mio nome è Boobie

by Germano on 07/06/2011
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Siamo entrati nella Top Ten di Wikio, tra i blog di cinema. Ma il bello di gestire un posto come Book and Negative è esserne il padrone assoluto, slegato da amicizie e inciuci di sorta con chiunque, e poterne così decidere i ritmi e gli argomenti, senza alcun timore di ritorsioni fraterne.
Ragion per cui, dato che in questi giorni non mi va di parlare di cinema, parliamo di storie, di narrativa.
Non è un argomento slegato, anzi. Se non lo avete ancora capito, il cinema è narrativa, sebbene qualche geniaccio si affanni a dirvi il contrario. Come direbbe Vincent Vega, parafrasandolo: “È lo stesso fottuto campo da gioco”. Ma Vincent parlava d’altro, ve lo concedo.
Noi in questo campo, la narrativa, ci divertiamo, chissà perché convinti che valga la pena guardare/leggere altre storie, criticandole, e discutendoci sopra e intorno, fino alla nausea.
Tutto questo preambolo perché credo che quest’articolo di Alex (e i relativi commenti) meriti qualche considerazione in più. In particolare circa il contadino pedissequo e il colore delle pareti. No, non preoccupatevi, non sto dando i numeri a causa del vento di Scirocco. Eppure questi due fattori, contadino e pareti sono, così sembra, discriminanti del valore di un’opera di narrativa.
Prima piccola avvertenza: queste mie riflessioni non nascono dall’articolo in sé, ma mi appartengono da sempre; e, soprattutto, non hanno intento polemico.
Seconda piccola avvertenza: questo blog si difende da solo da eventuali flamer. Oppure intervengo io. E sono dolori.
Si discute di stile, in fondo. Di tutti quei ritocchi o caratteristiche che arricchiscono e fanno unica un’opera di narrativa.
A questo punto, io direi di cominciare dal nome. Che, da sempre, è la cosa più importante.

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Il nome

Girava un vecchio spot pubblicitario con Sylvester Stallone. Questo qui.
Gran figo, uomo d’azione, risolve la situazione di pericolo grazie a colpi e manovre ben assestate. La ragazza, che già sbava per lui, gli domanda il nome. E Sly risponde: Boobie (o Bubi).
E la gente che lo venerava come il salvatore si mette a ridere.
Ecco, questa storia è simile a quella del contadino pedissequo, che parla forbito.
Mi spiego. La co-protagonista del mio eBook si chiama Zooey. Scelta bastarda, innanzitutto, più che saggia. Vediamo perché:

1) è un nome di un personaggio di Salinger. Un personaggio maschile. Ma questa è una cosa che sfugge ai più.

2) è il nome di una nota attrice e cantante. Carina.

3) il volto di quella stessa attrice e cantante, visto in decine di foto su internet si associa, grazie a rapide pennellate descrittive, al personaggio di carta, che vien fuori per magia. E il lettora la vede, bella, carina, capricciosa, paurosa, che fa le smorfie. È viva e reale.

Anche Erica è un nome figo: ruvido, immediato, che ricorda il colore acceso della pianta da cui esso deriva.
Bel nome, o nome adatto = bel personaggio? Insomma, il carattere del personaggio e la sua riuscita la fanno anche i nomi? Parrebbe di sì.
Se Hell si fosse chiamato Boobie e Zooey Genoveffa, sarebbero stati fighi lo stesso? A parità di descrizioni?
Mah. Nel senso, Boobie potrebbe trasformarsi in un figo, insieme a Genoveffa, o potrebbe esserlo già in partenza, senza per questo assecondare le smanie del lettore che esige. Anche Boobie può diventare un eroe, contro tutte le apparenze, se il narratore ci sa fare. Ma io preferisco continuare a chiamarlo Hell. Chissà perché.

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Le pareti

Questo è l’argomento che sento di più. Ovvero la libertà dell’autore di cambiare la realtà.
Essa deve essere assoluta. Non c’è storia o critica che tenga.
Tornando a GfH, lì la scelta di mantenermi fedele alla realtà non è stata un’esigenza interiore, men che meno paura verso tali critiche, ma una comodità. Il romanzo è stato scritto e successivamente ampliato in breve tempo. Era più facile andarsene in giro con Google Maps, prendere atto della realtà geografica e scriverne di conseguenza. Persino la casa descritta nel capitolo “La Mano” è autentica.
Ciò non toglie che sono assolutamente persuaso del diritto dell’autore di mutare la realtà a proprio piacimento. E che quindi egli non solo possa cambiare il colore delle pareti, ma anche cambiare gli edifici e spostarli, oppure cancellarli, se questi sono d’intralcio alla storia; storia che, fino a prova contraria, deve continuare a essere l’elemento fondamentale e principe del libro. A maggior ragione se si fa riferimento a una finzione futuristica, in cui, per ovvie ragioni, i cambiamenti rispetto alla realtà sono scontati.
State pur certi che, se avessi avuto necessità di spostare città e montagne l’avrei fatto, fregandomene dei lettori saccenti. Perché in effetti non considero questo un limite. Piuttosto un puntiglio della critica fine a sé stesso.
Da scrittore ho il diritto di ambientare una storia in un’astronave pur non essendoci mai stato e non avendone mai vista una.

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La parola

La frase del secolo: “un contadino non userebbe mai la parola pedissequamente”.
Risposta del secolo: “e perché?”
Perché un contadino non può usare la parola pedissequamente?
In letteratura non esiste, non mi stancherò mai di ripeterlo, il si può fare o il non si può fare. E sì, Joyce è il mio mentore, se proprio devo dirvelo. Non a causa del suo Stream of Consciousness, ma perché se ne fotteva, sostanzialmente. Un po’ come Shaw.
Non esistono leggi, ma solo consuetudini.
Un contadino pedissequo è altrettanto intrigante rispetto a un politico ignorante. Possono esistere. Ma, stranamente, il politico ignorante è accettato nell’immaginario comune più del contadino pedissequo. Il guaio è che può fare molti più danni il politico ignorante del contadino colto. Ecco perché siamo nella merda, non trovate anche voi?
Ma sto andando fuori tema.
Il punto è che anche qui, ho preferito caratterizzare i miei personaggi con modi di esprimersi propri.
Ma non perché un qualunque coglione che sbraita su leggi e norme letterarie pensa che si debba fare così, ma solo perché sembra una scelta sensata.
Erica si esprime in un certo modo: volgare a più non posso. Eppure, essendo commessa di Harrods, deve avere la bella presenza e sapersi anche esprimere in modo corretto. È ambivalente. Io stesso sono così, anche se questo blog sembra essere diventato, per certe lettrici, il luogo del bel parlar gentile.
E tuttavia reputo che personaggi diversi debbano esprimersi in modo diverso, al di là della loro estrazione sociale e del loro ruolo. Perché la loro “voce” sopperisce, o meglio contribuisce a caratterizzarli.
Di tutte le possibili critiche da parte del lettore, credo questa sia la più fondata. Non tanto per la scelta dei vocaboli, forbiti o meno rispetto alla natura del personaggio, natura che è tutta da stabilire, non certo a priori, quanto per la realtà che vuole ognuno di noi esprimersi in modo diverso.

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Lo stile

E infine, lo stile.
Solo dopo aver visto materializzarsi il mio eBook ho capito di avere uno stile. Perché ho potuto confrontarlo con altri.
Lo stile, quello di tutti, è l’impronta, la cosa più preziosa dell’autore. Quello che ci permette di riconoscerlo.
Ognuno ha i suoi piccoli vezzi.
Il mio è quello di fare lievi cambiamenti in corso d’opera. Mutarlo a seconda dell’emotività del personaggio, del frangente che egli si trova a vivere. La cosa vi disturba? Chissene.
Non ho mai considerato la punteggiatura importante o fondamentale. Né ho mai considerato importanti le norme attualmente in voga circa il buon modo di scrivere. Ve l’ho detto, se ho usato lo Show don’t tell, l’ho fatto senza rendermene conto, perché in quel momento mi girava di scrivere quelle cose lì. Allo stesso tempo, ho inserito qualche descrizione che esulava dal Qui e Ora, perché ci stavano… erano adatte.
La regola principe, se proprio devo darmene una, è la rilettura e la susseguente musicalità.
Rileggo il testo. Se lo trovo corrispondente ai miei ritmi e alle mie esisgenze, allora va bene. Altrimenti c’è da cambiare qualcosa. E, quasi sempre, si tratta di tagliare il superfluo, mai aggiungere.
Ma lo stile, cari lettori, è personale e non può né deve uniformarsi a regole astruse.
Sì, le regole e i trucchetti fanno bene, ma fino a un certo punto.
Poi, lo sapete, io sono il tipo che non legge per non copiare, e che si annoia a morte davanti alla maggior parte dei libri di narrativa, quindi sotto certi aspetti sono il nemico naturale di chi ciarla da mane a sera di regole e manuali. Nemico per modo dire, perché non ho né il tempo e né la forza, men che mai l’interesse di percorrere tali sentieri come facevano i crociati.

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Scrivere

Come avevo già scritto, quello che conta è scrivere. E ora che l’ho fatto sono passato immediatamente dalla dimensione delle infinite chiacchiere sulla scrittura alla scrittura stessa. Cosa, questa, molto più piacevole e concreta. E se pensate che io non accetti le critiche, sbagliate di grosso. E da queste parti gironzola più di qualcuno che vi può confermare il contrario.
A volte bastano poche cose:

una storia
bei personaggi
poche e sensate chiacchiere (da parte di chi legge e critica)
e un pochino di educazione (eh già, la parola stessa vi infastidisce, vero? Specie qui su internet. Ma da queste parti o la usate o vi spacco il… ci siamo capiti)

E la lettura assume di colpo quel sense of wonder che ha perso da tempo.
Giusto qualche consiglio, se volete.

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