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Il mestiere del blogger

by Germano on 28/11/2012
Book and Negative
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Blogger Dream

Perché, diciamocelo, alcuni di noi lo considerano un mestiere.
Di più, un bel mestiere, di quelli che si portano avanti senza fatica, per sempre.
Ma è lì che il popolo dei blogger (e dei lettori) si spacca in due, di fronte alla semplice domanda: se per essere un blogger basta aprire un blog, e visto che aprire un blog è una cosa che possono fare tutti, perché sostieni di avere un mestiere, visto che per me è un passatempo?
Questione irrisolvibile.
E d’altro canto, tutti scrivono, ma non tutti ne fanno un mestiere. Perché, a questo punto, nella scrittura ciò è comunemente accettato, mentre nel blogging no?
Alla base di questo rifiuto, una serie di pregiudizi, non ultimo il fatto di considerare tutta la vita online come una sorta di vita di serie B, non proprio reale, e questo va dalla diffidenza di fare acquisti su noti portali di e-commerce, come se solo loro potessero fotterci e non il lattaio sotto casa vendendoci uova marce, al considerare la scrittura in sé, su internet, siccome non stampata e non corretta e verificata da strani figuri che millantano di possedere conoscenze arcane e vietate (i libri di grammatica), come una sorta di fenomeno ombra, che imita la scrittura, ma non ne coglie la vera essenza.
Noi blogger siamo dei doppelganger, doppi incorporei (e anche malvagi) delle nostre controparti reali, giornalisti e scrittori in primis.
Fesserie.

Someone watching me when I'm blogging...

***

Ma quello che avverto è la persistenza di una sorta di oscurantismo romantico, che strenuamente si oppone alla novità, e quindi al pericolo che internet e i blogger rappresentano.
Così che spuntano i noti articoli che attaccano queste figure, non ancora professionali, per la loro stessa esistenza e per l’apparente facilità con la quale scrivono di tutto, articoli che non badano molto alle slinguazzate tra ordini professionali, e che sono contraddistinti da un valore fondamentale: la verità.
Questo almeno in teoria. Che poi esistono anche i blogger che si vendono per un tozzo di pane.
Eh già… l’apparente facilità del blogging, unita all’incoscienza. Perché per molti, lettori compresi, bloggare è facile.
E che ce vo? Apro un blog e scrivo.
Io, forse, ero persino peggio di voi, dato che quando ho iniziato, con l’idea di aprire un blog di cinema in cui dire davvero come stavano le cose, ignorando i tappeti rossi e le passerelle dei festival, non sapevo neppure cosa fosse, un blog, terrorizzato all’idea di doverlo aggiornare quotidianamente.
Aprire un blog è facilissimo. Gestirlo tutt’altra cosa.
Perciò posso dire: il blogger è colui che gestisce un blog, non colui che lo apre.

***

Prendo spunto dall’articolo odierno dell’amico Giovanni: Guida pratica per non abbandonare il Blog, e ne approfitto per dire la mia, in quanto blogger, in quanto gestisco questo posto da un bel po’ di tempo, e mi sono fatto un nome e una reputazione. Quest’ultima ambivalente, come volevo che fosse.
Solo una strategia?
Il blogging è solo strategia.
La cosa fantastica è che chiunque, potenzialmente, può progredire e farsi largo, ma si parte tutti dal basso.
È la costanza a fare la differenza.
Riferendomi all’articolo, parte delle strategie ivi descritte le ho utilizzate anche io, nel corso di questi tre anni, non avendole desunte da altri, però, eccetto che dal buon senso.
Bloggare è un’esperienza fantastica nel preciso momento in cui si assume la consapevolezza che i vostri articoli vengono letti, commentati e soprattutto apprezzati.
Quando si giunge ai 3-400 visitatori al giorno ci si sente importanti. Quando questa cifra è raddoppiata e superata si matura la responsabilità di non deludere i lettori.
Ed è lì che sorgono i problemi.
Un po’ perché i lettori stessi divengono condizionanti, anche involontariamente. Un po’ perché tra essi si annidano gli haters, coloro che, per un motivo o per l’altro, vi prendono di mira.

Indovinate quale dei due è il blogger?

***

Io ho attraversato parecchie fasi, le ultime sono quelle testè descritte. Forse ce ne sono altre ad attendermi, non è dato saperlo.
Quel che so, è che il momento peggiore è quando ci si scopre dipendenti dalle statistiche, dai commenti e dal successo. Quando si scopre che il pubblico ti vincola a un determinato settore (il cinema, per quanto mi riguarda) e mal digerisce ogni cambiamento, per quanto ben gestito o approfondito.
L’ultimo anno è stato pessimo, per la vita di questo blog, ma molto istruttivo. Sono entrato in conflitto più volte col mio pubblico e con l’idea che il mio pubblico pretendeva di applicare ai blogger.
La prima volta all’inizio di quest’anno, quando accanto alle recensioni ho cominciato a scrivere articoli su argomenti weird, lì ho perso la metà dei miei lettori, in poco più di una settimana.
Poi li ho recuperati, per perderne altri, quando insieme a altri blogger, ho fatto presente che tutto quello che qui viene scritto e letto costa tempo, dedizione e fatica, e che un piccolo riconoscimento sarebbe stato gradito. Altra battuta d’arresto, poi superata.
Terza e ultima, quella che io definisco la psicoterapia (da parte dei lettori) applicata al blogger. Quest’ultimo, da alfiere del tutto aggratise, diventa bersaglio di analisi comportamentale, come io in queste settimane, sicché ogni cosa da me scritta viene analizzata indipendentemente dal contenuto, ma osservando il tono coi cui essa viene vergata.
Eh già, capita anche questo, nel duro mestiere del blogger.

Blogcrastination (v):

The act of procrastinating via blogging.

***

E il signor Ramsay Taplin, che poi è il tizio australiano che ha scritto i 13 metodi per non abbandonare il blog, se vi siete degnati di cliccare il link, può permettersi di stilare il suo interessante elenco avendo la fortuna di vivere in un posto in cui bloggare è un mestiere.
Qui è diverso.
Diversa percezione.
Diversa realtà.
La realtà è che per conservare l’indipendenza, dalle statistiche e dai lettori soprattutto, dovete fare del vostro meglio per fregarvene.
E con ciò non intendo che dobbiate mancare di rispetto, ma che dovete ignorare sia le prime che i secondi, quando cominciano a violare in confini della cortesia (questa sconosciuta).
Bloggare in Italia è come stampare volantini di una ribellione in umide cantine e con mezzi di fortuna, sempre se siete indipendenti. Perché non sarete pagati, perché gli haters vi saranno sempre addosso per mantenere lo status quo, ovvero la loro pozzanghera dove imperversare coi loro giudizi sferzanti e inutili, e perché non sarete mai presi sul serio dai “professionisti”, specie se non vi schierate.
Meno sarete inquadrabili come blogger, più vi temeranno.
Certo, poi ci sono anche quei lettori che ti amano e ti seguono, che capiscono gli sfoghi e li lasciano correre, che apprezzano sinceramente, pur senza dirlo.

***

Non posso dirvi perché aprire un blog, perché è una di quelle decisioni che spesso arrivano mentre vi scolate una birra e lì per lì si pensa sia una cosa fighissima. Ognuno ha le proprie ragioni, persino lo scazzo va bene.
Ma posso dirvi che non esistono 13 metodi per portare avanti un blog, ma solo uno: combattere.
Perché a un certo punto vi sentirete accerchiati, o ignorati, o insultati e l’unico modo per uscirne è combattere, se credete che il vostro blog, e di conseguenza la vostra voce abbiano un senso e uno scopo.
L’oblio è facile, è la classica scorciatoia che non porta a nulla.
Equivale al romanzo lasciato nel cassetto in attesa di perfezionarlo perché sia pronto per i lettori esigenti: quel libro diventerà niente.
Questo è il nemico da sconfiggere: l’oblio.
Dove penso di arrivare, con questo posto? Probabilmente non lontano da dove sono ora, o forse lontanissimo. L’importante, per me, è non privarmi di questa possibilità.
Il sogno, fare del blogging un lavoro.
Il mestiere del blogger. E il cerchio si chiude.

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