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ott 16

Black Mirror (II parte)

Eccoci alla seconda parte dell’articolo su Black Mirror, la prima la trovate quaggiù, nell’homepage, oppure a questo link, se la rotellina del mouse non funziona.
Miniserie televisiva di tre episodi creata da Charlie Brooker, prodotta dalla Zeppotron per la Endemol. Ecco, questo è un dettaglio estremamente interessante, che dietro ci sia la Endemol. Ovvero, la società alla quale risalgono la maggior parte dei format televisivi esportati anche nel nostro paese.
Interessante, dicevo, perché proprio la televisione viene eletta a bersaglio preferenziale nel secondo episodio della serie. Secondo un formato che in Black Mirror ricorda da vicino trasmissioni quali America’s Got Talent (della NBC) e The X-Factor (di produzione inglese) che non sono della Endemol, è vero, ma che, a guardare il risultato finale, riecheggia di maturità creativa, di libertà, oltre che di presa in giro consapevole. Ma lo vedremo tra poco. Una libertà produttiva, comunque, che da noi… vabbé, inutile continuare.
Black Mirror è lo specchio scuro, il lato deteriore, gli effetti collaterali segnati in piccolo sul foglietto illustrativo di un qualsiasi manuale d’istruzioni: il prodotto in uso (e abuso) è la tecnologia, già oggi avviata a dominare le nostre vite. In questa distopia, il predominio tecnologico è un dato di fatto. Inarrestabile, nonostante i romantici della carta (per citarne qualcuno) e i luddisti vari.
Il progresso è stato accettato come ineluttabile e abbracciato fino a modificare completamente l’esistenza umana. D’altronde, tra i compiti della fantascienza, c’è anche ipotizzare scenari possibili, che anticipino, talvolta esorcizzando, sviluppi futuri. E tutto questo, Brooker lo ottiene con tre episodi di un’ora ciascuno, che vi esorto a vedere.
Adesso analizziamo i due rimanenti.

***

The Entire History of You

[contiene anticipazioni]

È il numero tre, quello con cui si chiude la I stagione. Ne parlo adesso, perché voglio concludere l’articolo con le riflessioni scaturite dalla puntata intermedia.
L’intera storia di te si richiama alla memoria, e allo sviluppo del Grain, un’apparecchiatura interconnessa con il cervello umano che svolge funzioni di richiamo, riproduzione e registrazione dei ricordi. Questi ultimi, una volta salvati, possono essere richiamati alla mente tramite un piccolo telecomando d’interfaccia tattile, grande quanto una moneta da cinquanta centesimi. Le memorie possono essere riprodotte e condivise con terzi, persino su uno schermo gigante, proprio come un dvd.
L’essere umano e la memoria. Anche in questo caso, nessuna idea particolarmente innovativa, ci hanno pensato, tra gli altri, Dick e la sua Memoria Totale, e, più di recente, Kathryn Bigelow con Strange Days, dove le memorie, trasferite su dischetti, vengono addirittura spacciate come droga per “essere vissute” da terzi in luogo di vite altrimenti monotone.

Che le memorie altrui vengano rubate e vendute sul mercato nero capita, infatti, anche qui. L’apparecchio, un minuscolo chip alloggiato dietro l’orecchio e collegato tramite cavi sottili alla corteccia cerebrale, viene estirpato, a rischio di danneggiare l’encefalo delle vittime.
Trattasi anche stavolta di quotidianità: una storia di passione e infedeltà coniugale. Niente di più comune e di così devastante come una storia di corna, innestata, però, sul perno della nuova tecnologia che consente al tradito, tramite un’attenta e impietosa analisi video dei ricordi, di scoprire il tradimento.
Niente sussulti causati dall’intreccio, quindi, quanto, ancora una volta, quel sottile senso d’alienazione, tipico e esemplare delle personalità vuote, completamente assuefatte dal Grain e incapaci di strutturare relazioni sociali rilassate, che esulino dal continuo ricorrere ai ricordi nitidi come prove del misfatto, come supporto in normali battibecchi, del tipo “quella volta tu ha detto queste precise parole”, con tanto di prova audiovisiva a supporto proiettata sullo schermo di casa, come sostegno emotivo durante gli amplessi, se la situazione attuale tiepida richieda una fuga per ritrovare una passione ormai morta e sepolta, fino alla presa d’atto che il ricordo preciso, non reso vago e cambiato dal tempo, come capita all’ottanta percento delle nostre memorie, è fonte d’indicibile sofferenza, da cui non si può scappare.

***

15 Million Merits

Questo è il secondo episodio, il più visionario, il più futuristico dei tre e quello a più alto tasso distopico, tale da richiamare, in poche inquadrature, tutta la frustrazione alienata del Grande Fratello Orwelliano.
Si parte con questa musica a osservare una sala che è all’apparenza una palestra dove individui di ambo i sessi sono intenti a pedalare su cyclette e, nel frattempo, guardare sugli schermi interattivi programmi televisivi di dubbio gusto, uno show in cui i ciccioni vengono forzati a cibarsi, insultati e picchiati, oppure dove si può gestire, in una specie di Second Life, il proprio avatar, acquistare per lui accessori, cambiare pettinatura, etc…
Un solo dettaglio rende la palestra “strana”, per così dire: tutti indossano la stessa tuta grigia.
Episodio capolavoro e oltremodo disturbante, 15 Million Merits non è altro che la digitalizzazione applicata alla realtà in misura estrema. Le vite degli esseri umani sono dipendenti completamente dalle macchine, e ogni individuo è interconnesso col resto del mondo tramite internet. I rapporti umani sono azzerati in luogo delle interazioni portate avanti tramite gli avatar. Ogni acquisto che si effettua è virtuale. Si vive in cubicoli dove le pareti sono schermi che proiettano programmi di qualunque tipo, in qualunque momento, a pagamento, e che gli inquilini sono obbligati a vedere, pena multe e segnali acustici di costrizione. Particolarmente agghiacciante è l’intromissione degli intermezzi pubblicitari, che dominano su tutto e che comportano una sanzione pecuniaria nel caso si scelga di rimandare la visione degli stessi.
Il mondo è in perenne crisi energetica, e la maggior parte degli esseri umani pedala su miliardi di cyclette per provvedere al fabbisogno.

L’unico modo per fuggire dal ruolo di criceto umano genera-elettricità è Hot Shot, il programma televisivo gestito da tre potentissimi giudici denominati Hope (Rupert Everett), Charity e Wraith (Speranza, Carità e Spettro) davanti al quale mostrare al mondo di avere talento: cantanti, opinionisti, ma anche pornostar. Non vi sembra  tutto tragicamente attuale?
Ma il vero punto di forza, che poi risulta atroce e evidente ancora una volta più agli utenti internet che al pubblico che internet non la conosce, è che non solo la tecnologia ha reso l’umanità talmente dipendente da essa da spostare il fulcro dell’esistenza dal piano del reale a quello virtuale, ma drammaticamente, le interazioni umane, i normali rapporti sociali, o quel che ne rimane, sono stati corrotti dalla scioltezza di linguaggio e dalla superficialità di giudizio, dall’aggressività verbale tipica dell’internauta medio.
La società procede a insulti, giudizi trancianti, disprezzo per chi non possa vantare una forma fisica impeccabile, soprattutto disprezzo per l’individuo, da ricercare nell’assoluta mancanza di rispetto con cui la protagonista femminile di questo episodio viene trattata, ovvero come generatrice d’intrattenimento a luci rosse, sesso violento, che costa un sacco di crediti, se si accetta di vederlo e si mette la spunta sulla casella con la Y.
Alla fine, non esistono uomini, e soprattutto non esistono donne, in questo futuro, ma meri oggetti d’intrattenimento, che possono essere reinseriti, una volta stabilito il loro “vero talento”, nello stesso macchinario dal quale hanno tentato di evadere, magari in una posizione che sia un minimo migliore rispetto a quella di criceto sulla cyclette, ma sempre e soltanto sfruttati per il benessere sociale artificiale, l’inganno al quale l’umanità intera s’è votata.
E alla fine, a riecheggiare saranno solo le urla stupide del pubblico, supino ad ascoltare le esclamazioni del giudice Hope: “Questa è di gran lunga l’esibizione migliore che si sia mai vista in questo studio!”. Platea decerebrata, incapace ormai di pensare, dipendente in toto da un sogno di falsa speranza, di riscatto, che muore sperando che strani individui vestiti male e truccati peggio intervengano come Santi e Madonne a portarli via dalla merda.
Inutile sottolineare, ancora una volta, quanto tutto questo sia vero, anche oggi, qui, adesso. È sufficiente accendere il televisore.

L’elenco delle serie recensite lo trovate QUI

7 comments

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  1. Il Moro

    Molto interessante, cercherò di procuramela… anche se ormai la mia “coda di visione” di serie televisive comincia ad assomigliare a quella di lettura… non vivrò mai abbastanza. :(

    1. Hell

      Fai come me, taglia le code. :D

      1. Il Moro

        Eh, devo proprio imparare da te… :-D

  2. Giuda

    The entire history of you è bello, ma 15 million merits in più è anche micidiale, condivido. Ah, e Rupert Everett nella parte del Giudice Hope merita una menzione per aver saputo riassumere e rappresentare al meglio il giudice stronzo da talent-show, con tutto che dovrebbe essere la Speranza del terzetto. Fantastico, quel bastardo. ♥

    1. Hell

      Stronzo e ipocrita, praticamente perfetto. E il pubblico di imbecilli che guarda lo show?
      È reale, cazzo.

  3. CyberLuke

    The entire history of you è il mio preferito.
    Per più di un buon motivo.
    Per molti versi, spero che un aggeggio simile non venga mai realizzato.

    1. Hell

      Annienterebbe la nostra vita sociale, già così precaria.

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