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Oblivion (2013) – [Recensione]

by Germano on 15/04/2013
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Poi ho uno stralcetto di trama, preso pari pari da IMDb:

A veteran assigned to extract Earth’s remaining resources begins to question what he knows about his mission and himself.

Che non so, a occhio e croce mi ricorda la trama di Moon.

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[l’articolo contiene spoiler]

Queste parole le scrivevo il giorno 20 Marzo scorso. Di Oblivion di Joseph Kosinski sapevo solo quello.
Ora che l’ho visto, lo posso dire, i debiti nei confronti di Moon di Duncan Jones sono macroscopici. Non so, chiamatela come volete, intuito, fortuna, o probabilmente il fatto che conosco questo settore, il cinema, avendone appreso, mio malgrado, la logica.
Fortissima, agli albori di una nuova produzione cinematografica, è la paura.
La paura di perdere soldi.
La paura che un pubblico sempre più qualunquista e potente, reso potente grazie alla rete, stronchi nuove e ambiziose idee con un “non l’ho capito”.
Conseguenza, si ripropone, cambiandole, idee altrui già “testate”. Possibilmente di successo medio-alto, confidando di bissare.
Cambiandole dove serve, infarcendole di ciò che quello stesso pubblico “si aspetta di vedere”, come se i film fossero fatti su una bozza di contratto implicito tra produzione e pubblico.
Non è che stupire sia vietato, bensì sconsigliato: mai stupire troppo, oppure subentrano le controindicazioni del bugiardino.
Si discuteva, qualche giorno fa, in un luogo che non esiste, dei nomi dei personaggi: tra miliardi di possibili nomi, Jack è quello scelto per il personaggio di Tom Cruise, protagonista di Oblivion.
Pensateci, un futuro distopico, in cui la razza umana fugge via dal suo stesso pianeta e mette il suo destino nelle mani di un Jack qualunque, il medioman che medioman non è (ma questo ci viene rivelato solo in seguito). Nome di facile pronuncia e memoria, che si associa al fante di cuori, il nome che ogni americano attribuisce, per scherzo, al prossimo suo, prima di apprenderne il vero.
Siamo nel 2077, e a salvarci c’è l’astonauta Jack. Ok. A pensarci c’era un Jack pure in Avatar? Ah no, era un Jake…

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***

Nel 2017, ce lo dice la voce narrante, la luna è stata distrutta dagli scavengers, quando si sono palesati dichiarandoci guerra.
Una guerra che l’umanità ha vinto a spese del suo ecosistema, ormai al collasso.
Sessant’anni dopo, tutta la popolazione terrestre s’è trasferita, o sta per completare il trasferimento (aspettando in una stazione orbitante attorno alla Terra, a forma di piramide capovolta) su Titano, una delle lune di Saturno.
Sul pianeta, a supervisionare le operazioni delle idropompe, che prelevano l’acqua che andrà redistribuita sulla superficie della nuova casa, ci sono due operativi, Jack (Tom Cruise) e Victoria (Andrea Riseborough).
Gli scavengers rimasti sulla terra vivono nel sottosuolo, in un costante tentativo di sabotare le operazioni delle idropompe e falcidiati dai potentissimi droni volanti, di fabbricazione umana, che distruggono ogni essere vivente che capiti nel loro radar, eccetto i due tecnici autorizzati.
Il pregio di Oblivion è la scenografia, ne abbiamo già parlato. Visionaria, asettica, un po’ come io stesso immagino il futuro: sobrio e dalle linee essenziali.
In poche inquadrature, l’arte di Oblivion si rivela in spazi immensi, a perdita d’occhio, che coprono l’orizzonte. Merito anche, inutile negarlo, della CGI, ormai complementare.
Ma non è solo questo, è centrare una visione del futuro, riuscire a trasmetterla e a farla sentire allo spettatore, rendendo inutile la voce narrante iniziale, a esclusivo conforto di chi ha la concentrazione di un criceto.
La dimora di Jack e Victoria è situata sopra le nuvole, con pareti trasparenti, che lasciano filtrare la luce del sole, mai così pulita e magnifica.
Come dicevo nei commenti al post precedente, è un’inversione dell’horror vacui, lo stupor vacui, se mi è permesso, la meraviglia per il vuoto, sublimato nella trasparenza del cristallo. E nella confortevole piscina, sempre lucida e asettica, dove i due sono soliti concludere le loro giornate.

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***

Fosse stato un film d’atmosfera, Oblivion sarebbe stato perfetto. Non con troppo stupore apprendo infatti che la prima versione del progetto originale di Kosinki è stata una graphic novel del 2007 a cura di Barry Levine e Jesse Berger, edita dalla Radical Publishing, perché fortissima è l’estetica, che mantiene spessore preponderante.
L’idea di farne un film, però, significa sprofondare, come abbiamo visto, nella paura.
Allora si nasconde dietro la parola ambizione un sontuoso riciclo di temi e situazioni, perché l’idea è far fruttare questo scenario immenso, per almeno due ore.
E viene quasi da piangere.
Ché dal momento in cui Jack comincia a essere sconvolto dagli incubi di ricordi lontani e impossibili, la base del plot è svelata allo spettatore attento, che da lì in poi aspetta colpi di scena che si svelano con ritmo cadenzato, uno dopo l’altro, esattamente quando ce li si aspetta.
Di tanto spreco, che pur non guasta, perché dovendo pescare nella tradizione fantascientifica, hanno pescato il meglio o quasi, quindi l’intreccio regge, fa piacere vederlo, corroborato dagli scorci d’arte che pacificano la sete di bellezza, se non altro, ciò che trovo inaccettabile, perché gratuito, forzoso e a conti fatti di nessuna utilità alla storia è l’inserimento di Olga Kurylenko (Julia) e di conseguenza del romance.
Romance che, come in tutti i casi di romance monoblocco, a uso e consumo del pubblico, è stantio e stupido. Nonché protetto dal Dio Caso (e sceneggiatore), che fa sì che l’astronauta Julia sia l’unica di cinque a salvarsi e che sia proprio lei a condividere un legame profondo col protagonista Jack.

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***

Per dire, avrei apprezzato molto di più, avendo anche molto più senso, una persistenza sentimentale con Victoria, della quale comunque apprezzo il finale lirico, anzi epico, in un certo qual modo.
Romance distruttivo che si trascina fino alla conclusione e oltre, quando ritorna a garantire un lieto fine che sa di sciroppo glicemico, oltre che ballare sulla teoria che la memoria è nei geni di chi la porta. Insomma, ce n’è fin troppo.
A voler ben vedere, lo stesso impiego dei due tecnici a supervisionare le operazioni di recupero sulla terra, data l’ampia disponibilità di automazione, è non del tutto chiaro e giustificato. È strumentale, serve alla sceneggiatura esattamente come Morgan Freeman, latore di conoscenze, nonché portatore di un nomen omen, quel free-man, uomo libero, che sa di conquista, l’ennesima, per la tanto bistrattata razza umana che se la deve vedere con nemici tanto soverchianti.
L’energia dell’atomo è sempre lì, come il trucchetto di Independence Day, ma a ben vedere dell’antico Odisseo, il cavallo di Troia.
Ché le intelligenze celesti che ci invadono sono così coglione da farsi fregare come i troiani. Il punto è che lì, in Indipendence Day, c’era il Jolly Roger computerizzato a garantire l’efficacia tamarra della scena, insieme alla risata sintetizzata che faceva spalancare gli occhi dell’alieno. Qui c’è la stessa asetticità propria di Kosinski, quindi manca il nervo, oltre alla fastidiosissima sensazione di “cazzo, dove sono Will Smith e Jeff Goldblum?”.

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Quindi abbiamo, tra le altre cose, un inseguimento tra droni e aerei in un canyon, in mezzo a millemila proiettili. Vi ricorda niente?
Un tecnico che fa brutti sogni e si pone domande su una donna che non ha mai visto, ma che sa di conoscere. Vi ricorda niente?
Un collegamento con una fantomatica base di controllo, il cui avatar, l’umana chiamata Missione, ha l’umorismo distorto tipico di una macchina. Vi ricorda niente?
Una civiltà sotterranea, che vanta tra i suoi esponenti Morgan Freeman e Nikolaj Coster-Waldau, con Freeman che pretende di sconfiggere il nemico col famosissimo rimedio della nonna postatomica: la suppostona nucleare.
Una serie di famigliole che aspettano il salvatore, allegramente falcidiate perché concepite solo con quello scopo, stare sullo sfondo, scappare e farsi ammazzare senza troppo spreco di lacrimoni. Asetticità, anche qui, ché gli unici sentimenti buoni sono le smanie di Cruise per la Kurylenko. E viceversa.
E non so, circa un milione di Tom Cruise. Letteramente. Prospettiva, quest’ultima, agghiacciante.
E ciò nonostante, Oblivion va visto, perché è riciclo di lusso. Perché i paesaggi sul grande schermo sono da mozzare il fiato, mi sono piaciuti molto più delle giungle di Avatar, per dirne una. Perché ha i Led Zeppelin e i Procol Harum nella splendida colonna sonora firmata dagli M83 (edit by Hell, 17/04/13, ore 9:23). Perché i suoni emessi dai droni sanno di potere meccanico.
Perché sulle case nel cielo c’è Victoria ad aspettare, che a differenza della Kurylenko non gode della protezione degli sceneggiatori e che nonostante finisca non solo sprecata, ma dimenticata, sta lì a rappresentare il potere di un film che è stato rovinato per la legge della media: quella che rende un prodotto eccelso alla portata di tutti i palati, e lo fa diventare mediocre.
Operazione di imbruttimento riuscita, per fortuna, a metà.

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